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Il bullismo è nato con l’uomo. Esiste dalla notte dei tempi e fa parte dell’essere umani. Insieme al bullo però la cultura di cui ci siamo resi artefici nei secoli, e forse millenni, passati ha creato anche l’anti bullo: l’eroe. Una persona in grado di difendere i più deboli dai soprusi dei vigliacchi. Il bullo non si muove mai da solo, ma è sempre accompagnato da uno o più scagnozzi che lo aiutano a compiere i suoi misfatti, mentre l’eroe, quello sì, è sempre solo contro tutti. Come nel caso della morte di Emanuele Morganti, ventenne di Alatri ucciso a sprangate da un gruppo di 9 albanesi e italiani dopo 36 ore di agonia davanti a decine di persone per aver difeso la fidanzata dalle avances di uno di questi. Incredibile come nessuno dei presenti sia intervenuto a sostegno del ragazzo e come gli inquirenti nonostante i testimoni ancora non siano riusciti ad individuare i colpevoli.

È solo uno dei tanti troppi casi venuti alla luce e raccontati dai media negli ultimi anni, tanto che anche il Papa è intervenuto sul tema. La società moderna in pubblico condanna gli atti di bullismo e tutto ciò che ne consegue, ma nel privato rifiuta l’eroe e accetta, suo malgrado, il bullo. Quante volte capita di assistere a scene di violenza commesse di fronte all’indifferenza dei passanti? Persone che fanno finta di non vedere nascondendosi dietro la scusa della paura quando invece a mancare è spesso l’empatia e la cura verso il prossimo. Il fenomeno di accettazione del bullismo trova le radici nell’americanizzazione della società. C’è un film, che ha avuto grande successo nei primi anni 2000 in America prima e in Italia poi, che può spiegare bene il fenomeno del bullismo americano. Si tratta di Mean Girls: in quella pellicola si mitizzava il bullo, descrivendo perfettamente il modello sociale esistente nelle High School statunitensi.

Scena del film esplicativa

Gli americani sono abituati al bullismo, nel loro Paese si tratta di un fenomeno assolutamente normale, tanto che le persone adulte spesso usano classificarsi in due categorie, quella dei bulli e quella dei bullizzati. Spesso e volentieri il bullo americano corrisponde al ragazzo o alla ragazza definiti “popolari”, quindi “di successo”. Questo ha creato un disvalore nei giovani che li ha portati a credere che avere successo passa per il sopruso dell’altro. E questo è il primo elemento.

Il secondo fattore che ha favorito l’ascesa del bullismo è senz’altro l’individualismo favorito dal relativismo sempre più crescente della società moderna. La noncuranza del prossimo, ormai parte integrante di tutti gli aspetti della società è rispecchiata nella piccola società in cui vivono i nostri giovanissimi, ovvero le scuole. Non si tratta soltanto di paura, ma di vera indifferenza. Ammesso che spesso anche gli insegnanti sono vittime di bullismo da parte degli studenti, risulta inspiegabile comprendere i motivi per i quali i docenti non riescono a vedere i fenomeni di bullismo nelle loro classi, nei loro corridoi. Il bullismo nei giovani è lo specchio di una società sempre più violenta, egoista, relativista. Il tema fondamentale è che i bulli sono sempre esistiti, la differenza fra ieri e oggi è che il bullismo è accettato e al contempo si è perso il valore della cura del prossimo.

La vittoria del bullismo risiede nell’altro che si gira a non vedere, nel bambino che non difende più l’amico, nell’indifferenza dei passanti che lasciano che un ragazzo venga ucciso a pugni e sprangate, nella noncuranza degli insegnanti. Poi c’è la rete, che ha amplificato e reso più grave il fenomeno, rendendo la realtà più distaccata; è tutto virtuale, tranne la sofferenza. Ce ne parla Camilla Bistolfi direttrice del primo centro nazionale anti cyber-bullismo:

1. Cosa ne pensa del crescente numero di casi di bullismo nel nostro Paese? La rete ha aiutato il fenomeno a diffondersi più velocemente?

“Il bullismo è un fenomeno che risale alla notte dei tempi, il suo aumento non penso sia considerabile come un aumento “numerico”. Adesso se ne parla di più per una crescente sensibilizzazione al tema, indotta anche dal rapporto tra bullismo e internet. In molti considerano la rete come “il male assoluto”, ma in realtà questa ha il merito di portare all’attenzione pubblica circostanze e fenomeni prima per lo più taciuti. Non credo sia la rete ad aver diffuso il bullismo più velocemente, piuttosto ci ha spinti a osservarlo più da vicino. Questo perché a differenza del bullismo tradizionale, in cui “l’altro si gira per non vedere”, il cyberbullismo è sotto gli occhi di decine o centinaia, persino migliaia di utenti. È pressoché impossibile non vederlo. Il cyberbullo, nei rari casi in cui agisce da solo, ha comunque un folto pubblico che lo segue e gli dà man forte. L’impressione che la rete sia di aiuto al fenomeno è spesso indotta dal fatto che il web è “sempre” e “ovunque”, ma spesso questa funge più che altro da cassa di risonanza di prepotenze fisiche o violenze psicologiche esercitate anche nella vita offline”.

2. Cosa ne pensa della mutazione della società?

“La società è in continuo mutamento e ciascun fenomeno, nel bene e nel male, cerca di adattarsi all’evoluzione che essa intraprende. Tutto ciò che prima avveniva solo offline, oggi può avvenire anche online, perché la rete è parte della società e la società, per tanti versi, vive anche in rete. Con riferimento a quello che potremmo definire “bullismo tradizionale”, ciò che lascia più afflitti delle circostanze odierne è notare come alcuni soggetti mostrino atteggiamenti di devianza veri e propri. Questo dovrebbe spingere la comunità tutta a fare un lavoro di prevenzione sempre più propositivo e coinvolgente, insegnando non solo il rispetto delle regole, ma anche supportandone l’apprendimento da parte di giovani, delle loro famiglie e degli insegnanti.

La natura umana è complessa: sono i bambini piccolissimi che già a pochi mesi, anni, rivendicano il loro diritto a stare nel mondo litigando con il prossimo per il giocattolo migliore, emarginando l’ultimo arrivato all’asilo o escludendo il bambino più tranquillo. È la società che poi deve educare, prima a casa e poi a scuola. L’educazione è alla base di tutto e non si può solo impartire senza dare l’esempio. Adulti che lavorano in aziende in cui il più spietato fa carriera, lo Stato che gradualmente abbandona le politiche sociali; tutti segnali che dimostrano che l’individualismo sta vincendo e i nostri giovani, giovanissimi sono nati e stanno crescendo in un mondo dove il prossimo rappresenta solo un nemico da sconfiggere, superare. L’educazione cattolica, ora vituperata e infamata, donava molto in questi termini dal punto di vista educativo. Oggi quel modello è stato cancellato in favore di individualismo, arrivismo, e relativismo. Ben vengano tutte le iniziative volte a risolvere quello che succede dopo l’atto di bullismo: centri di sostegno, istituzionali e non. Eppure per cambiare i giovani è necessario operare una trasformazione della società, che parta dall’alto, una rivoluzione culturale, ma per farlo bisogna prima capire di aver sbagliato.