Nell’affascinante atrio di Palazzo Balbi a Genova, sede dell’Università, c’è- fra le altre- una lapide in marmo che celebra il ricordo di tre fratelli patrioti, tra i protagonisti del Risorgimento: Giovanni, Jacopo ed Agostino Ruffini i quali, si legge, “educarono la gioventù italica alla religione della Patria e del vero”. La storia della loro vita dimostra che quegli elogi scolpiti ardentemente nel gelido marmo non furono immeritati, ma rispecchiano fedelmente il loro pensiero e le loro azioni. Così, “gli studenti del genovese ateneo poneano perché alla venerazione dei posteri non mancasse l’esempio di tante cittadine virtù”.

Era il 1882. Sono passati molti anni e quella era una realtà molto diversa dalla nostra. Tuttavia è molto importante ricordare ogni tanto chi furono i veri italiani, cosa fecero, come operarono nella società e quale apporto costruttivo diedero alle generazioni future. Alcuni sacrificarono persino la loro stessa vita in nome di alti ideali, animati dalla volontà di verità.

Questo breve cenno di storia patria non può che riempire di fierezza l’animo nostro di italiani, ma al tempo stesso ci induce, inevitabilmente, a riflettere sulla condizione sociale e politica in cui ci troviamo oggi. Sul degrado culturale, valoriale ed educativo in cui, nostro malgrado, siamo capitati. E ci sembra grottesco anche il tentativo di accostare gli “educatori” di quel tempo con i nostri “commedianti”. Oggi, quanti politici educano al vero e svolgono il loro mandato per il bene della società? Quanti giornalisti, magistrati, professori, psicologi, scrittori che discettano nei loro articoli, convegni, aule gremite di giovani disorientati, nelle piazze, nei salotti televisivi o sui libri, si preoccupano di stimolare le persone a ragionare libere da qualsiasi pregiudizio e condizionamento?
Quanti praticano l’anticonformismo per necessità e non per mettersi in mostra?

Restando sull’attualità, probabilmente il referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo costituisce l’esempio lampante di come i partiti e diversi gruppi culturali e imprenditoriali cerchino di orientare il convincimento dell’opinione pubblica a seconda delle loro convenienze e non al fine di fare la scelta più giusta. C’è chi parla di un rischio di deriva autoritaria, chi di oltraggio alla Costituzione più bella del mondo, chi di demagogia, di Parlamento incostituzionale, di Senato dei nominati. Dalla parte opposta c’è poi chi – avvalendosi di discorsi da spot pubblicitario- parla di abbattimento dei costi, di riduzione del numero dei senatori o di presunti cambiamenti, per non parlare della tanto inneggiata “governabilità”. Ci sono anche quei partiti o movimenti a cui sembrano interessare poco i contenuti della riforma, ma trovano più importante politicizzare questo appuntamento referendario per azzoppare o sostenere ad ogni costo il presidente del Consiglio Matteo Renzi che, insieme al ministro Boschi, è stato il promotore della legge che modifica la seconda parte della Costituzione. Molti deputati e senatori, che più di una volta hanno approvato il testo di riforma in Parlamento, ora sono diventati fra i più strenui oppositori della riforma stessa.

Anche all’interno della maggioranza ci sono quelli che vogliono mantenere il funzionamento delle istituzioni così com’è, quando anni addietro erano invece gli alfieri del processo riformatore. Ipocrisie, invidie, giochi di potere, visioni apocalittiche, illusioni, imperversano in questo autunno vuoto eppur riempito da un evento, quello del 4 dicembre, di cui ancora non riusciamo a coglierne l’importanza per il nostro presente e per il nostro avvenire, storditi come siamo dal brusio incessante dei nostri commedianti. “Povera Patria” canta Battiato. Ed è proprio l’amara verità. Così, ogni volta che ci troviamo in qualsiasi città d’Italia, che sia Genova o Torino, Roma o Firenze, ad ammirare un monumento che celebra, attraverso i suoi testimoni e martiri, la grandezza della Nazione, non possiamo far altro che sperare in una rinascita che ci porti fuori da questo presente meschino. E chissà se un giorno l’Italia avrà nuove menti che, come i Ruffini, “tennero alto l’orgoglio del nome italiano cui gli stranieri, stanchi di invidiare, onorarono”.