Anche nel nostro paese, la cui intellighenzia per secoli è stata forgiata dai classici latini e greci, la cui lingua è stata plasmata dalle opere di Dante, di Petrarca, di Manzoni, è iniziato un attacco contro quel complesso di discipline umanistiche accusate di essere diventate inutili all’avanzamento del progresso tecnico. Questo attacco è condotto da alcuni esponenti della finanza e dell’economica neoliberale che vorrebbero sbarazzarsi della formazione liceale italiana di chiara impronta umanistica (compreso quella scientifica).

La questione viene posta come contrapposizione tra cultura classica e cultura scientifica, seppure una contrapposizione del genere, nella realtà, non è mai esistita. Ma questa finta dicotomia, ridicola e stereotipata, piace molto ai profeti della finanza, delle “magnifiche sorti e progressive” del mercato, della competizione internazionale, delle “start up”, della flessibilità e dell’emulazione esterofila perché consente loro di aggredire le humanae litterae in nome di una tecnicizzazione totale del sapere.

Secondo le parole di Davide Serra, finanziere e finanziatore renziano, ex dirigente della banca d’affari Morgan Stanley: “La cultura umanistica ha fatto il suo tempo. Deve diventare cool, figo, diventare matematici. Lo dico sempre ai miei bambini”. Ancora più netto Michele Boldrin, economista neoliberale, che propone l’abolizione del Liceo Classico. Una posizione riassunta in questo articolo, abbastanza sconcertante, dal giornalista Stefano Feltri, secondo cui gli studenti che si iscrivono a Lettere, Filosofia o Storia sarebbero tutti mediocri, mentre i più intelligenti sarebbero tutti coloro che frequentano corsi di Ingegneria o di Finanza.

La formazione classica viene considerata un “lusso”, qualcosa di bello ma inutile. Ovviamente, per questi sacerdoti neoliberali, è inutile tutto ciò che non viene richiesto dalle esigenze della produzione e del profitto. Nel loro economicismo estremo ha valore solo il denaro; e il denaro è l’unico metro di valore universale. Di conseguenza la letteratura, la filosofia, la storia, l’arte, che non comportano un profitto nell’immediato per il capitalista, ma un diverso tipo di valore sociale, etico e politico, sono, secondo loro, da bandire.

Questo modo di pensare, che invita ad abolire tutto ciò che non abbia un riscontro economico immediato (ovvero tutto ciò che esista di bello) oltre che gretto e meschino, nasconde un’avvilente ignoranza. Il problema di questi fanatici liberisti è che non sono neanche degli economisti, ma soltanto dei microeconomisti. Non tendono alla ricchezza complessiva della società, ma solo a quella di una sua parte, quella dominante, i cui interessi vengono identificati con quelli dell’intera comunità. Anche quando cercano di pensare in termini più generali, e non solo da contabili e da ragionieri, finiscono per ridurre l’interesse collettivo a una sommatoria di interessi parziali.

Non hanno capito ancora cosa sia la scienza. Questa, infatti, si fonda sempre su solide basi filosofiche. Galileo era un letterato e amava definirsi un “filosofo naturale”, Isaac Newton, padre della fisica moderna, era anch’egli un filosofo e così per molti matematici, come Pascal, Descartes, Leibniz, Russell. Nelle scienze economiche dovrebbero sapere che Adam Smith e Karl Marx erano innanzitutto filosofi, prima ancora che economisti.

La divisione del sapere per settori è qualcosa di astratto e di convenzionale, ma la conoscenza non è fatta a compartimenti stagni. Per studiare la scienza servono scienziati, ma per fondarla servono filosofi, per divulgarla presso un pubblico di non specialisti (e quindi per reperire fondi o permettere di attrarre nuovi potenziali specialisti) servono scrittori, per capirla profondamente bisogna conoscerne l’evoluzione, e quindi servono storici. In verità, quello che cercano costoro che vanno cantando le lodi delle scienze, contrapponendole alle lettere, non sono scienziati, ma tecnici. Tecnici, pur brillanti, ma che, magari, non capiscono la scienza, nel senso che non ne comprendono il disegno complessivo, non sono capaci, per formazione, di concepire una nuova teoria scientifica e filosofica, ma che sanno applicarla per il lucro di chi li sovvenziona.

La scienza, oggi (come un tempo la filosofia rispetto alla teologia) è l’ancella della tecnica. E tutto viene sottoposto alle esigenze della tecnica. Persino l’arte. L’iperrealismo assegna al pittore il ruolo di tecnico della riproduzione simil-fotografica. Il cantante pop contemporaneo non è più autore, ma un tecnico della vocalità.

L’arte, le lettere, la filosofia interpretano la realtà nella sua globalità, nella sua pienezza. Nei momenti più alti della produzione artistica o filosofica (e spesso tra le due la differenza tende a sfumare) la parte non è elemento isolato ma si integra in un tutto concepito globalmente e non come somma delle singole parti; ma nello stesso tempo il tutto non è un monolite, ma ha un senso articolandosi nelle varie parti. Questa dialettica tra universale e particolare, che esiste nella filosofia e nell’arte, non è propria invece della tecnica. La tecnica segmenta il sapere e lo riconduce entro categorie astratte. La realtà non è più compresa nella sua globalità, ma viene frammentata, ridotta, compressa. Questa è una sua caratteristica inevitabile e di per sé non è un male, almeno non finché l’intera cultura si tecnicizza.

Il mercato globale richiede un’estrema perizia tecnica all’individuo, che deve sapersi destreggiare ed adattarsi alle sue esigenze, ma scarsa o nessuna sapienza. La tecnica produce e perfeziona i mezzi, l’arte e la filosofia, invece, si interrogano sui fini. Nell’era post-moderna è sconsigliato pensare ai fini, che in genere si danno, spesso anche inconsapevolmente, per scontati. Ma la vita sociale, sia nel privato, ma soprattutto a livello comunitario, prevede necessariamente una scelta dei fini. La politica è proprio un discorso pubblico sui fini possibili rispetto ai mezzi a disposizione, ovvero, in un certo senso, l’opposto della tecnica, che invece escogita nuovi mezzi per fini già dati. L’era della tecnica ha aumentato enormemente i mezzi, ma, paradossalmente, ha ristretto l’orizzonte degli scopi perseguibili. Continuare a sfornare tecnici e nuovi mezzi a un ritmo crescente non ci aiuterà a migliorare la condizione generale della società e la vita degli individui, ma soltanto offrirà nuove opportunità di guadagno a chi controlla quei mezzi. Solo recuperare una discorsività intorno agli scopi individuali (ma questo è compito della morale, delle religioni e, forse, della psicologia) e soprattutto collettivi (la politica intesa come filosofia politica e non come tecnica burocratica di amministrazione dell’esistente) consentirà di riaprire l’universo degli scopi umani che ora sembrano preclusi dal dominio della tecnica.