In Italia, le ballate sono il simbolo del folclore cerimoniale, che porta in pellegrinaggio per i vicoli delle cittadelle il santo patrono e la bellezza della tradizione. A Roma, però, mancano le sinfonie adatte perché le danze siano ritmate e coreograficamente rilevanti. La volata al Campidoglio del prossimo giugno lo esprime drammaticamente: la corsa alla successione di Marino pare divenuta una festa di contrada, più che un bivio cruciale per le sorti malconce dell’Urbe. Che i partiti non si mettano d’accordo su chi meriti d’essere designato come papabile sindaco capitolino, è soltanto la dimostrazione dell’incompatibilità della politica palazzinara con la sacralità che Roma incarna, riflette, e sorveglia. Non a caso, nelle settimane appena trascorse, l’attualità del centrodestra ci ha regalato un trittico grottescamente invidiabile: dapprima, la panzana di un’ipotesi Dalla Chiesa; poi, l’inchiodata su Bertolaso; infine, l’annunciazione in pompa magna della Meloni.

E bastasse inveire unicamente contro lo scimmiottare di una Destra (incapace), per garantirsi l’indulgenza dell’onestà intellettuale. Dal canto del centrismo pluto-massonico del Partito Democratico, la Sinistra si sta muovendo anche peggio. La sciatta etica istituzionale che ha accompagnato Marino nel suo biennio, sarebbe dovuta valere la difesa di Roma dal carrierismo di coloro che, abbracciando la sigla de “La colpa è di Alemanno”, hanno postdatato i propri doveri, e non hanno tranciato le radici della criminalità dei vari Buzzi e Carminati. Il malcostume, talvolta, è peggio del malaffare. Di contro, il Movimento 5 Stelle transita nell’anonimato delle sue azioni, mai chiaramente esplicitate e (forse) nemmeno ampiamente condivise dalla base. Tuttavia, prima di bilanci attivi e di completi risanamenti, Roma avrebbe bisogno di qualcuno che preservi la sua bellezza dalla ingordigia della criminalità, e le rinsavisca la vivacità culturale.

Il pianto della Lupa – a cui le insaziabili fauci dei successori di Romolo e Remo hanno deperito le mammelle, ammansendone il vigore secolare – è l’inno alla risurrezione della Capitale. Anzi: un’ode alla Caput Mundi. Quel Centro del Mondo che ha affascinato i millenni, e custodisce il fermento della civiltà latina, nella pura espressività dell’arte. La fugacità della Storia inghiotte Marino, Bertolaso, e la Meloni, ingurgitando le loro velleità e masticando il loro arrivismo. Ma si arresta difronte all’Altare della Patria, ed introduce il silenzio dell’ammirazione nella imperialistica imponenza di Piazza Venezia. Roma regna, a prescindere dalle poltrone del Campidoglio.