Giovani, belli, perspicaci e di successo. Studiano all’università. Parlano due, tre, quattro lingue. Conoscono perfettamente i principi della globalizzazione. E hanno tutti una cosa in comune: appartengono alla Generazione Erasmus. Sono i ragazzi d’Europa. Sono il futuro. E’ questo il messaggio del mainstream. E ad esaltazione di questa nuova (ma non troppo) frontiera della gioventù europea si è schierato niente poco di  meno che Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Renzi, e autore del libro Generazione Erasmus al potere: il coraggio della responsabilità ( Egea-Università Bocconi).

La sostanza del libro di Gozi è semplice: ad oggi, i vertici della maggior parte dei governi europei è occupato da ex studenti aderenti al programma Erasmus. Come lo stesso sottosegretario, d’altronde. E sempre seguendo l’assioma di Gozi la partecipazione al programma Erasmus assicura (molto spesso) il successo professionale dello studente. Erasmus uguale a successo, dunque. E lo dimostrano il Ministro delle finanze finlandese Alexander Stubb, quello tedesco per gli Affari Ue Michael Roth, il responsabile economico del governo francese Emmanuel Macron. Tutti loro sono passati dall’Erasmus. E tutti loro hanno fatto carriera.

Come racconta lo stesso Gozi al Corriere della Sera: “A me l’Erasmus ha cambiato la vita. Ero già stato all’estero, ma mi ha dato l’opportunità di studiare a Parigi, da europeo e da francese, cittadino europeo consapevole a tutti gli effetti. Soprattutto, mi ha aperto la mente, mi ha insegnato a stare nella diversità. Vivevo con altri universitari francesi: all’inizio nel diciottesimo arrondissement, dietro Montmartre, poi al boulevard Voltaire, di fronte al Bataclan. Fu naturale per i compagni invitarmi, per esempio, come fossi uno di loro, al grande dibattito alla Sorbona fra Mitterrand e Séguin, sul si e no al trattato di Maastricht”.

Sicuramente una bella opportunità quella avuta dal sottosegretario, come è già capitato a migliaia di studenti europei. Quello che però Gozi dimentica è che, di fatto, il Programma Erasmus rappresenta il fallimento delle politiche giovanili dell’Ue, il loro collasso. Con l’Erasmus s’è vista l’integrazione più superficiale. Quella più elitista. Finta fino al midollo. Un’integrazione della quale possono godere pochi e ricchi studenti universitari. Non è vero, diranno i più attenti, perché il Programma Erasmus metta a disposizione delle borse di studio (mediamente di 400 euro al mese per i più meritevoli). Certo, ma spesso questi soldi non bastano. E così gli studenti, attratti dal sogno della cittadinanza europea, si vedono costretti a chiedere aiuto economico ai genitori, non appena messo piede nel Paese ospitante. E’ il prezzo della libertà. E le famiglie che non possono permettersi un figlio all’estero? Euroscettiche e populiste, naturalmente.

Vive in un mondo tutto suo lo studente Erasmus, fatto di feste, alcol, visite guidate, e quando capita Università. E’ anche vero, però, che ci sono studenti diligenti. Che prendono l’esperienza all’estero con grande serietà. Frequentano le lezioni, s’informano, discutono. E di che parlano? Di politica, di cultura. Ed eccoli entrare nel magico vortice dell’agognata cittadinanza europea, questa sconosciuta vocazione civile per l’Europa tutta, grazie alla quale solo pochi eletti riescono a sentire il Paese dell’altro come il proprio. Mentre gli altri restano inermi a guardare. Tutti insieme, per un’Europa migliore! Che bello slogan sarebbe. Non ci sarebbero differenze di cultura, etnia, lingua se tutti facessero l’Erasmus. Tutti (e pochissimi) soggetti uguali fra di loro, gli erasmiani. Che tendono all’uguaglianza e all’omologazione. Oligarchia la chiamerebbero studiosi anacronistici. Libertà, invece, per le istituzioni progressiste. Sarà. Ma resta il fatto che l’Erasmus continua ad essere affare per pochi e globalizzatissimi studenti. Che alla fine conoscono poco e niente del Paese che li ospita. Eppure tutti loro restano fiduciosi nell’Unione Europea che ha gli concesso questa magnifica esperienza. Illusi? Non di certo, considerando i loro predecessori.

E se questi sono i presupposti, allora chi se ne frega dell’Erasmus. E viva i viaggiatori di un tempo. Viva gli eroi romantici. Viva Goethe e de Monfreid! Diversi, sì. Ma profondamente rispettosi dell’Altro. Desiderosi ardentemente di conoscerlo. E immergersi nella sua cultura, per quella che è. Senza distruggerla, senza omologarla.  Ricchi sì, e belli. Per davvero.