Uno spettro si aggira per l’Italia: è lo spettro del gender. Questa parafrasi sicuramente abusata vuole, tuttavia, aprire una riflessione il più possibile sfaccettata sul tema dell’ideologia/teoria di genere in Italia. Il proverbiale ritardo culturale italiano rispetto a molti temi stavolta non trova pieno riscontro: si sta assistendo a un dibattito acceso e polifonico, cosa che non dovrebbe essere sgradita né ai detrattori, né ai sostenitori. Il monito del papa di qualche settimana fa, se letto come un semplice invito alla riflessione, dovrebbe essere condiviso da tutti, senza rifugiarsi in apriorismi di comodo. Il fatto è che il gender è una teoria gravida di conseguenze e la sua discussione non è semplice, né può essere sbrigata con qualche frase di circostanza. Alcuni intellettuali o figure in prima linea hanno risposto all’appello di papa Francesco: il filosofo Gianni Vattimo, comunista, cattolico e omosessuale, ha risposto indicando le contraddizioni della sessuofobia religiosa, dicendo di essere più interessato alle logiche di sfruttamento insite in qualsiasi sistema; Aurelio Mancuso, attivista lgbt e cattolico, si dichiara aperto al dialogo ma favorevole alle rivendicazioni delle teorie di genere; Diego Fusaro, filosofo allievo indipendente di Marx e Hegel, appoggia papa Francesco e richiama l’attenzione agli interessi capitalistici di far pensare all’uomo come prodotto totalmente culturale.

La questione è di cruciale attualità perché nel territorio nazionale si osservano iniziative in tutti i sensi (i tanto discussi giochi della scuola di Trieste, i genitore 1 e 2 dei registri scolastiche, ma anche episodi di violenza nei confronti del diverso e così via), nel silenzio più assoluto della politica che conta e senza un dibattito che coinvolga tutti i cittadini. Partiamo quindi con alcune considerazioni generali per arricchire il dibattito: l’osservazione antropologica ci mostra la “malleabilità” dell’uomo. Gli ordini del mondo di qualsiasi società possono pensare, in linea teorica, qualsiasi sovrastruttura valoriale per i ruoli di uomo e donna. É pensabile, in linea di pura possibilità, un mondo di uomini che si truccano e di donne che vanno allo stadio ogni domenica (semplificando e banalizzando per rendere chiaro il concetto)? Certo. L’immagine dell’uomo e della donna in una data cultura sono contingenti, sono le relazioni sociali e simboliche che si instaurano a determinare quella che sarà la sovrastruttura di ciascuno dei due sessi. La natura (spesso chiamata in causa dagli oppositori dell’ideologia di genere) non ha determinato univocamente i costumi di uomini e donne della nostra società occidentale del ventunesimo secolo: per accorgersene basta guardare al vicino o lontano oriente contemporanei, se proprio non si vuole scavare nelle storie della società, ci sono infiniti esempi di come tanto le forme del genere quanto le relazioni fra i sessi siano relativi a una data cultura in un dato momento storico. Occorre interrogare gli strumenti storici ed antropologici prima di fissare qualsiasi a priori. Fissare la naturalità con il presente è l’obiettivo anche dell’ideologia capitalistica, non va dimenticato, pertanto non è con simili tesi che ci si può opporre scientificamente e filosoficamente alle teorie di genere.

Molto più interessante è il tentativo di capire i limiti della naturalità, ovvero cercare di capire (lo ripeto, a livello scientifico e filosofico) quali vincoli biologici siano connessi all’appartenenza sessuale. Missione non semplice, che va percorsa nel segno della più ampia ricerca possibile e senza preconcetti. Alcuni di questi su cui si dovrebbe discutere sono giustamente sottolineati da Fusaro: l’assoluta costruzione culturale dell’uomo è una menzogna della struttura capitalistica che vuole avere al suo servizio tanti consumatori universali? Sembra evidente sul piano filosofico, ma lo studio antropologico sconfessa una simile idea, i valori sarebbero prodotti dalla configurazione delle relazioni sociali. Altra parte della scienza, invece, colpisce e sembra smascherare le teorie di genere. Ciò che va evitato è uno scontro basato su valori che dovrebbero essere autoevidenti, ma che universali, alla pratica dei fatti, non sono. Il dibattito va stimolato, vero è che una società che non sappia pensare in alcun modo alle singole diversità non potrà che proporsi come parziale.