Matteo Renzi ha l’innata (ma consapevole) attitudine di calamitare a sé l’attenzione collettiva, al solo sconquassare il dibattito pubblico. Poco importa che la maggioranza delle sue uscite sguazzi nel parossismo, o addirittura risulti grossolana: tutto è ammissibile. Purché se ne parli. E, possibilmente, bene. Chiunque ne scruti e analizzi le uscite governative da esattamente due anni, ormai ha compreso la portata dell’azzeccagarbugli fiorentino: il risultato del restauro della vecchia nomenclatura partitocratica, assimilato in una purea di clientelismo, parentopoli, e nepotismo sfrenati.

I focalizzati sull’attività di Palazzo Chigi, soffriranno di orticaria da propaganda dal giorno d’insediamento del burlesco toscanello: ogni circostanza sembra propizia per convincere la società civile non tanto della sua malafede, quanto della sua malconcia ingenuità nel non comprendere la maliziosità altrui. L’alterco con Juncker delle recenti settimane è il palesarsi di un’inadeguatezza sgangherata. Invece che duellare su chi dei due ce l’avesse più lungo – l’istinto polemico, si intenda -, avrebbe potuto cogliere l’occasione per delegittimare il sistema che ha contribuito a derubarci speranze ed avvenire. Più che un’accusa da “Ci vogliono deboli!”, ci saremmo aspettati che tuonasse un “Ci volete deboli? Bene: noi usciamo!”. Nella sostanza, un’invettiva che fungesse da inno alla rivolta di un Paese asfissiato dalle prezzolate intromissioni “d’uommene scicche e femmene pittate”, funzionari di un ordine del caos. Prima di svestirsi dal finto ruolo di garante dell’interesse nazionale, sarebbe bene che il Presidente del Consiglio prendesse coscienza delle differenze.

Noi siamo i feticisti della soppressata, gli adulatori dell’olio d’oliva, i cultori della mozzarella di bufala. Loro sono i guardasigilli della menzogna, gli aguzzini del particolarismo, i chierichetti della tecno-finanza. E poi, a pensarci, il problema non è Renzi, e nemmeno Juncker. Non sono le pantomimiche scaramucce da palazzo, e neanche le intimidazioni al brodo diplomatico dell’Eurocrazia. Piuttosto, è la prepotenza del sovranazionale ad aver consumato l’eccidio dell’assolutezza italiana. È l’ingerenza della tecnocrazia che sta erodendo il sentimento della cultura. È la bestialità della finanza che prosciuga il mare magnum delle tradizioni. Ma la riscossa ha la sonorità del vento. Dalle roccaforti industriali del Lombardo-Veneto, agli scorci della riviera calabrese: il fruscio che accompagna gli operai nelle fatiche delle fabbriche, e i pescatori nella contemplazione del litorale. Che lo Stato Nazione torni a riappropriarsi della sua autonomia, in un contesto non unicamente unitario, ma socialmente comunitario. Perché, prima che essere un Tricolore da rappresentanza istituzionale, l’Italia è Stivale colmo di inesauribile laboriosità, di secolari cittadelle, e di emotiva identità.”.