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Il gentile lettore avrà certo avuto modo di vedere il bel film tedesco La Caduta, uscito nelle sale una decina di anni or sono, con un magistrale Bruno Ganz nella parte del Führer. Tra le scene più riuscite della pellicola vi è senz’altro quella – poi oggetto di esilaranti parodie – del consiglio di guerra nel bunker della Cancelleria, in cui Hitler, pur alla fine della sua vicenda umana e politica, con Berlino accerchiata dai sovietici, continua a fantasticare di spostare fantomatiche divisioni dal fronte occidentale a difesa della capitale; e riportato infine dai suoi più fedeli gerarchi con i piedi per terra, si abbandona a un attacco di furore. Ebbene, mutatis mutandis e aggiunta una buona dose di tronfia sicurezza di sé mista a meschina incompetenza che caratterizza i nostri, qualcosa di simile sembra essere aleggiato sulla stazione Leopolda di Firenze la scorsa settimana. Nell’infausto anniversario cinquantennale dell’alluvione del 4 novembre 1966, e in concomitanza con la visita del Presidente Mattarella, ha preso il via la manifestazione (per ironia della sorte, a seguito di forti piogge, l’Arno si è di nuovo gonfiato in quei giorni, ed in città è stata allerta arancione: fortunato Renzi che oggi non si crede più ai presagi o ai dies nefasti) dove si è parlato dell’emergenza terremoto e delle riforme costituzionali. I fortunati iscritti alle enews di Renzi si sono visti recapitare nella casella di posta elettronica il consueto predicozzo sentimentalista – del resto la ragione aristotelica e la non contraddizione non sono troppo amiche del Premier – sotto forma di programma dell’iniziativa: veniva premessa una tre giorni “ricca di emozioni” per le “persone che hanno voglia di fare politica. Politica semplice, bella, buona“. Dopo la prima sera, conclusa in bellezza con “una bella spaghettata all’amatriciana della solidarietà” (evidentemente un modo per ingraziarsi i partecipanti più radicali, avvezzi alle “pastasciuttate antifasciste” del 25 aprile), il Presidente del Consiglio prometteva l’intervento dell’imprenditore “amico” Brunello Cucinelli che avrebbe esposto “il suo progetto per Norcia, luogo dello spirito” (non si comprende cosa c’entri un negozio di camicie con lo spirito, ma tant’è, non si possono certo chiedere a Renzi ragionamenti concreti e puntuali). A seguire, la domenica, sbugiardamento delle “bufale” sulla riforma costituzionale (noti il lettore come il Primo Ministro abbia ormai totalmente interiorizzato un linguaggio da giovane che ha dimestichezza col web, nell’eterno e maniacale inseguimento del M5S su questi lidi) e interventi di “alcuni ‘leopoldini’ che in questo 2016 hanno avuto un figlio. O lo hanno “messo in cantiere!” e dunque credono nel futuro. Come se si potesse ridurre l’avere un figlio a una mera programmazione, a un’analisi di costi e benefici, quasi fosse l’acquisto di una casa o l’affitto di un’autorimessa: sentimenti sì, ma quando comodano, sembra dirci Matteo Renzi. Come spesso accade a questo Governo, tuttavia, tale atmosfera tutta melassa e buoni sentimenti è stata in parte guastata da proteste.

Servizio di L’aria che tira sull’anti Leopolda

Già nel pomeriggio del 4 novembre si è svolta, iniziando con una sola ora di anticipo sull’apertura della Leopolda, una protesta dei lavoratori di Equitalia contro l’attuazione del decreto fiscale che ne metterebbe in discussione il posto di lavoro. Con la soppressione dell’ente de quo infatti, il Governo ha previsto il trasferimento di 8.000 lavoratori subordinandolo però ad apposita procedura di selezione e verifica delle competenze. Al di là della “fuffa leopoldina”, il Governo affronta quindi l‘emergenza fiscale con una misura che sembra essere del tutto cosmetica, che accorpa Equitalia all’Agenzia delle Entrate ma non affronta i nodi del problema (abbassamento delle aliquote si/no, tassazione sul lavoro si/no) che servono a rimettere davvero in moto la domanda interna – cosa che per Renzi, ma solo per lui, è comunque avvenuta – ma piuttosto sminuiscono la professionalità di una categoria di lavoratori e in definitiva scontentano tutti. Il giorno seguente, scontri pesanti si sono avuti tra la Polizia e un corteo di antagonisti (ma anche con rappresentanze di esodati, truffati di Banketruria, insegnanti contrari alla “buona scuola”) intenzionati a violare la sacralità della Leopolda per manifestare il loro dissenso sotto il naso del Premier e del suo degno discepolo, il napoletano sindaco di Firenze per caso Dario Nardella. La giornata campale si è conclusa con un agente ferito, un arrestato e vari contusi. Al di là dell’incoscienza che spesso i manifestanti dei centri sociali apportano alle loro proteste (l’uso di bombe carta potrebbe essere evitato), che spesso si prestano a strumentalizzazioni delegittimanti da parte governativa, è indubbio che la loro denuncia di mancata rappresentanza nella Leopolda di persone sotto sfratto e dei giovani che lavorano con i voucher è assolutamente fondata. Il ministro Alfano ha giustificato il consueto vistoso spiegamento di forze con la necessità di evitare “danni materiali alla città di Firenze”. Dovrebbe forse farsi spiegare dal sindaco Nardella che se le manifestazioni avvengono una tantum, il degrado nei dintorni della Stazione di Santa Maria Novella è quotidiano, come lo sono gli assalti dei rom che impediscono ai passeggeri di salire su un treno o di prendere un carrello portabagagli senza pagar loro un obolo: evidentemente però hanno il pregio di non manifestare contro il Premier. Appare sempre più definito un quadro generale di una maggioranza che si arrocca nel proprio bunker come i soldati della Fortezza Bastiani, o (meno nobilmente) come i latitanti di camorra, difeso sempre più servilmente dalle forze dell’ordine a mano a mano che si avvicinano i conti con la realtà e aumenta la paura delle proteste.

Renzi sul referendum alla Leopolda

Tra un riavvicinamento con Cuperlo sulla legge elettorale (costui rischia però di salire sul carro di Renzi quando esso sta per deragliare) e un piagnucolante Farinetti che in sostanza confessa (riciclando qualche slogan elettorale del 2013) di temere lo “squadrismo grillino”, nella sala si comincia un po’ ad avvertire l’odore dell’impotenza, dell’incapacità, forse addirittura del principio di sconfitta; a cui inevitabilmente si reagisce – come argutamente scrive Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano – chiudendosi in un clima settario da kermesse motivazionale di Herbalife. E all’Herbalife, così come nel bunker di Berlino, ci si affida a impossibili speranze, ci si cantano e ci si suonano da soli, e si reagisce male se qualcuno vuol riportarti alla realtà. Un po’ come Adolf Hitler (ma ovviamente in maniera molto meno elegante e molto più cialtrona) che quando nella Caduta Yodel gli annuncia che non ha più soldati da schierare a difesa di Berlino sfoga tutta la sua frustrazione urlando di rabbia, così Renzi, chiuso nella sua stazione-Bunker ha aizzato la sua platea contro la minoranza PD che si prodiga per il “No” al referendum, accusandola di voler scalare il partito. La folla (gli stessi che accusano i grillini di squadrismo e mancanza di democrazia) si è subito messa a urlare “Fuori! Fuori!” all’indirizzo di Bersani e compagni, che giustamente ha accusato Renzi di grave arroganza nei suoi confronti: Speranza ha elegantemente risposto che si sente ancora più motivato a fare campagna per il “No” . Del resto, quando una manifestazione riceve un assegno annuo di 175.000 Euro dal finanziere Davide Serra, in essa la democrazia è cosa buona e giusta solo se genera un ritorno in termine di profitti e vantaggi immediati : altrimenti, ben venga l’arroganza, in fondo greed is goodInsomma, intorno a Renzi la Leopolda si fa stretta come le pareti di un bunker, tantopiù che dopo Brexit e l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump (il nostro Matteo aveva ovviamente e intelligentemente puntato anche le mutande su Hillary Clinton) il vento pare cambiare direzione. Allo stesso tempo però, il Premier si è posto ai ferri corti con Juncker (facendosi peraltro pubblicamente umiliare da questo soggetto)sullo sforamento del tetto debito/PIL circa le spese per il terremoto e i rifugiati : rischia per ciò la fine del manzoniano “vaso di coccio tra i due vasi di ferro”. Proprio questa tragica consapevolezza comincia forse a vellicare la coscienza del Presidente del Consiglio, assieme all’inesorabile avvicinarsi del 4 dicembre. Se il 5 dicembre il Governo dovrà metaforicamente ingerire la capsula di cianuro e dissolversi, è ancora presto per dirlo, così come lo è il valutare l’influenza su ciò del mutato quadro internazionale. Una cosa è certa però: se la Leopolda è il bunker, fuori da essa non ci sono ormai che rovine, tra cui vagano gli italiani. Dunque prima si svuota il bunker, meglio sarà per il Paese.