É ormai un dato scontato che, nei i regimi liberisti, le politiche nazionali considerino la  privatizzazione come una parola d’ordine, la quale ripropone misure economiche di stampo anacronistico ed elitario, sotto mentite spoglie di rinnovamento, progressismo e modernità.

Questa volta, la lama tagliente del Privato sfiora le carni invitanti di un settore finora rimasto quasi illeso e ancora produttivo, le Ferrovie dello Stato. Il governo Renzi non poteva infatti rimanere indifferente a un gioiellino così prezioso, ma soprattutto ancora nelle mani statali. Dunque, com’è giusto che sia per un Paese lungimirante e “ricolmo” di spirito di sopravvivenza, le Ferrovie dello Stato Italiane verranno “finalmente” stravolte dall’ennesima e formalmente democratica discussione parlamentare.

Giovedì 3 dicembre, nelle aule di Montecitorio, si è dato il via libera al voto sulle mozioni. Dura la reazioni delle opposizioni, ma ancor di più l’ostinazione del governo nel proseguire i propri piani di vendita delle quote statali della società. I deputati di Sinistra Italiana, attraverso la creazione di una mozione di cui il primo firmatario è Franco Bordo (Sel), denunciano la possibile manovra, dal momento che essa non apporterebbe alcun beneficio in termini di risanamento del debito pubblico. Inoltre, come sostengono numerosi parlamentari SI e M5S, non è ancora stato illustrato un disegno lucido sui “vantaggi” e gli eventuali rischi occupazionali ed economici che potrebbero conseguire da questo procedimento. L’obiettivo renziano consisterebbe nella quotazione in borsa del 40% delle FSI, lasciando nelle mani pubbliche la sola rete del trasporto ferroviario, i binari. Ebbene, per logica dei fatti, una società pubblica esclusivamente in possesso di binari ha ben poco potere e capacità gestionale, senza un adeguato controllo e manutenzione sugli stessi trasporti, i quali costituiscono l’asse portante del settore. Privatizzare l’elemento vitale (treni e vagoni) equivarrebbe a mettere a rischio un’azienda con un fatturato pari a 8,4 miliardi e con più di 70mila dipendenti. Senza contare che nei primi mesi del 2015, l’FSI ha esordito con un guadagno maggiore rispetto all’anno precedente, con l’introduzione di investimenti pari a 4,3 miliardi di euro. I deputati di SI continuano a esprimere le proprie perplessità sulla cecità del governo nell’adottare strategie economiche per colmare il debito pubblico. Si tratterebbe, infatti, di sacrificare il funzionamento delle Ferrovie (e le relative entrate nelle casse dello Stato) ai soli fini di recuperare qualche  misero miliardo nei confronti del debito pubblico italiano (oltre i 2000), e per placare gli appetiti degli avvoltoi e colossi internazionali del trasporto, sempre pronti a lucrare sull’indebolimento delle singole economie nazionali.

Al cambio di rotta verso la privatizzazione si oppongono anche i deputati del Movimento 5 Stelle, i quali criticano lo strategico cambio di guardia avvenuto nell’amministrazione della società ferroviaria, per cui all’ex ad. Michele Elia sarebbe “succeduto” al filo-renziano Renato Mazzoncini, già responsabile, secondo i grillini, dell’accordo con il presidente del governo per la privatizzazione dell’Ataf, Azienda Tranviaria Fiorentina. Non sembra dunque essere nuovo il tatticismo presidenziale che, nel contesto romano e stavolta in ambito politico, ha investito i vertici del Partito Democratico dell’Urbe: numerose sostituzioni di carica e la nomina di Matteo Orfini, (ancora una volta filo-renziano) in qualità di commissario straordinario, dunque incaricato di liquidare colleghi di partito corrotti e coinvolti nel processo Mafia Capitale (e magari anche qualche scomodo avversario politico). Del resto, quando un giocattolino non risponde più ai comandi, è bene sostituirlo con uno meno difettoso e più ubbidiente.

Nel processo di liberalizzazione delle Ferrovie dello Stato non poteva mancare il fervido entusiasmo del Nuovo Centro Destra, da sempre in prima linea nel depauperamento dei beni pubblici, così come Scelta Civica, espressasi favorevole soprattutto alla quotazione in borsa. Un mal celato consenso arriva anche dalla Lega Nord, la quale, in maniera più sottile e meno evidente, dà il proprio consenso al progetto, affermando tuttavia di “preoccuparsi” dei vantaggi o ripercussioni sul trasporto locale, dunque non distinguendosi, per toni e intenzioni, dalla corrente liberista e pro-privatizzazione.

Nei progetti e nei piani del futuro, Renzi sembra rievocare in maniera sempre più forte, la politica Thatcheriana, la quale fu contrassegnata dalla decapitazione del welfare e dell’assistenzialismo, come, inoltre, dalle privatizzazioni dei settori più importanti (ferroviario incluso), il tutto in nome del funzionamento burocratico e degli interessi privati, con un’unica decisiva, sostanziale differenza: l’inglese Margaret ostentava la sua natura maligna affermando di agire in nome dei propri interessi, mentre il simpatico fiorentino afferma di governare in nome dell’Italia, ma agendo in nome delle banche.