Laura Boldrini è la personificazione del “dogmatico rispetto verso le istituzioni”, partendo in quarta con Battiato. Può essere allineata alla filiera dei presbiteri del potere, che lo incensano e lo adulano, non permettendo ad alcun chi di eccepirne le perversioni. Questo, comunque, non è sufficiente ad eccepire sulla gestione della Presidenza della Camera: un’overdose di tecnicismi e verbosità richiede un notevole sforzo di competenza. Anche se rimpiangere Rosy Mauro – che dallo scranno più eminente dell’altro ramo parlamentare si spese nel più ridicolo degli offici -, con costante cadenza, non è presagio confortante. Semplicemente, si contesta un principio: l’impossibilità di un’intromissione reiterata e ronzante. Per giunta, col fare spigliato e tronfio di chi è certo che il proprio punto di vista sia indiscutibile ed inappuntabile. Il tutto condito da una faziosità che, oltre a dare uno stucchevole sapore, dirime. E contravviene alla prima fra le regole della terza carica dello Stato: il Presidente dovrebbe essere un garantista, e non un sagrestano di una o di un’altra parrocchia.

Oggi, però, le si domanda conto di una mancanza insolita per un’altezzosa certosina come lei: l’indifferenza (almeno che non vogliamo accontentarci dei “complimenti” forzati). Peggio ancora, nei riguardi di due donne. In ordine di latitudine, Chiara Appendino e Virginia Raggi: le nuove amazzoni targate Movimento 5 Stelle. Oppure, per formalità di cronaca, i volti femminili che, appropriandosi delle municipalità di Torino e di Roma, affrescano la facciata di un’Italia volenterosa di concedersi finalmente al volere popolare. Quindi, alla Iron Lady de noantri non è appunto concessa smemoratezza, in materia di convenevoli a consorelle di genere. Da colei che si è caricata sul groppone – rigorosamente coperto da uno scialle di Vuitton – il fardello del femminismo di maniera, divenendone madrina ad honorem, non ci si aspetta che si macchi di disattenzione. Benché stavolta non la si biasimi. Forse, è stata inghiottita dalla partigianeria di cui sopra. Forse, non supponeva che Renzi capitolasse in buona parte dei 19 ballottaggi (su 20!). Forse, non avrebbe mai immaginato che il popolo si svegliasse proprio in queste Amministrative, e si rompesse definitivamente le palle della retorica acchiappa-voti.

Forse, perché la salvaguardia della poltrona – alle porte di una probabile crisi di governo dietro l’angolo ad ottobre – viene prima della tutela della sacralità della Donna. Costantemente sugli scudi ad ostentare la preservazione del Gentil Sesso dalle grinfie del maschilismo dilagante – in quanto, probabilmente, nessuno ancora le ha spiegato i principi della neutralità lessicale di alcuni vocaboli della grammatica italiana -, ma preda della distrazione quando dimentica di congratularsi con l’Appendino e la Raggi. In quest’ultimo caso, poi, il Presidente – l’Altissimo ci abbuonerà il sessismo! – non ha soltanto omesso una prassi istituzionale, ma ha indirettamente (?) tacciato di banalità un’elezione di immensa valenza storica. Ghigliottina unica via! (parlamentare, si intenda).