“Il federalismo è un’organizzazione politica nella quale le attività di governo sono ripartite tra i governi regionali e governo centrale in modo tale che a ogni tipo di governo sono attribuiti dei settori nei quali ha potere di decisione finale”.  William Riker così si espresse, negli anni ’90, circa l’accezione di federalismo, e la sua applicazione a livello statale. Negli uffici di Palazzo Chigi, avrebbero dovuto studiare più approfonditamente la lezione del politologo statunitense, del tutto ignorata nel decreto per le riforme costituzionali. Al varo del Parlamento è il Titolo V, che oggi approda a Montecitorio. Nella riforma della legge che disciplina i rapporti tra Stato ed Enti locali, si prevede un ritorno al centralismo amministrativo, attraverso l’affidamento di maggiori competenze allo Stato, a scapito delle Regioni.  E’ evidente che nei palazzi del potere non si sia ancora compreso che l’Italia, da circa 150 anni, ripudia l’autoritarismo accentratore, preferendo invece una amministrazione decentrata.

Tuttavia, che l’ideologia federalista fosse affar di Stato, prima ancora che l’Italia nascesse, è cosa nota. Che i sostenitori di tale politica fossero illustri patrioti, lo è meno. Infatti Mazzini, apostolo della Giovane Italia, già nel 1861, scriveva che “l’unità non doveva identificarsi necessariamente con l’accentramento”, individuando la Regione come l’ente intermedio tra Stato e Comune. Lo stesso Cavour, prima della morte prematura, si oppose strenuamente alla “tirannia centralizzatrice”, imposta da una certa politica Ottocentesca. Teoria, quest’ultima, che verrà comunque perseguita dai successori del conte sabaudo. Questi, barricatisi nel palazzo, porranno le basi per la politica centralizzatrice dello Stato: la più infima patologia che affliggerà l’Italia, sin dalla sua nascita.

La costituzione, quindi, di un’Italia federale già nell’800, non avrebbe rappresentato  soltanto una soluzione amministrativa e burocratica all’unità. Ma sarebbe potuta divenire il vero “scudo” sociale e culturale dei popoli che abitavano la penisola, sotto un unico vessillo. E,sebbene sia trascorso più di un secolo e mezzo, la discussione tra centralismo e federalismo resta irrisolta, come la gran parte dei problemi che affliggevano il Belpaese. Tuttavia, più recentemente si è tornato a parlare di federalismo. Al di là della Lega Nord, che ne ha fatto il suo “cavallo di battaglia”, rivelatosi poi zoppo, il decentramento amministrativo, è stato inserito nella piattaforma programmatica di molti altri partiti. E, al di là dell’ampia pubblicizzazione di tale progetto, non si è mai giunti a soluzioni degne di nota. Solo nel 2009, è entrato effettivamente in vigore l’art. 119 della Costituzione, che prevede l’applicazione del federalismo fiscale. In realtà, tale riforma, non fa altro che agevolare a livello economico e tributario le Regioni a Statuto Speciale, a scapito di quelle “meno virtuose” a Statuto ordinario. Il federalismo, però, non è solo quello delle tasse. E’ piuttosto tutela delle diverse identità che compongono una Nazione. Ma è possibile, oggi, un ripensamento dell’Italia federalista? Basta volerlo. Indubbiamente, è necessaria una revisione dei rapporti Stato-Enti locali, ma non sul percorso tracciato da Renzi. Un’eventuale riforma del Titolo V dovrebbe, innanzitutto, mirare alla tutela delle diverse realtà culturali, sociali ed economiche locali. Inoltre, la promozione di forme di autogoverno cittadine (self-rule) favorirebbe la partecipazione politica ed il senso civico.

Il legislatore dovrebbe, quindi, dotare gli enti locali di maggiore autonomia amministrativa e burocratica, alleggerendo e migliorando il lavoro delle Pubbliche Amministrazioni. Attraverso  il foedus, (ossia il patto, fra vari enti autonomi, in questo caso le Regioni) si riavvicinerebbe l’economia alle persone, adeguando lo sviluppo produttivo alle necessità dei cittadini.  Lo Stato Federale, per davvero, rappresenta l’unica soluzione di unità per l’Italia e la  via per sconfiggere i vari rigurgiti indipendentisti, manifestatisi in questi ultimi anni. Federalismo significa, infine, mettere al centro l’economia reale, la società e la cultura dei vari popoli che compongono l’Italia, non facendo mai venir meno le competenze legislative generali dello Stato: difesa, moneta, politica estera, giustizia, politica sociale.