Il governo Gentiloni incassa la fiducia anche al Senato e si appresta – per la quarta volta, prescindendo dalla volontà popolare, seppur rispettando la lettera del dettato costituzionale in materia – a entrare nel pieno esercizio delle proprie funzioni. Come è noto, molti hanno parlato di “Renzi-bis occulto” in quanto molti ministri di questo nuovo esecutivo si sono dimessi a seguito del referendum del 4 dicembre scorso per poi rientrare dalla finestra: si pensi – fra gli altri – ad Angelino Alfano, passato dagli Esteri agli Interni, o a Maria Elena Boschi, addirittura (nonostante la pesante sconfitta del “Sì” e la conseguente bocciatura della novella costituzionale da lei stessa in gran parte redatta) promossa a  sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Tra i ministri del precedente governo a non aver conservato la carica, vuoi per la sua originaria provenienza da Scelta Civica che non costituiva certo un buon biglietto la visita (vista la fama quasi “cimiteriale” che agli occhi dell’italiano medio godono tuttora Monti e gran parte dei suoi ministri), vuoi per la c.d. “Buona scuola”, impopolarissima tra gli insegnanti in quanto seppur cercava di arginare il fenomeno del precariato li costringeva a ricollocamenti territoriali maldestri quando non assurdi (e certo quella dei docenti è una categoria elettorale che il PD non può permettersi di giocarsi), vi è Stefania Giannini, sostituita dalla ex vicepresidente del Senato Valeria Fedeli, dal cognome che pare essere di buon auspicio per il partito e il nuovo governo. 

Poiché non si tratta di una figura di primissimo piano, sarà forse d’uopo spendere qualche parola per presentarla al gentile ma affaccendato lettore: il ministro, già senatrice del PD dal 2013 e vicepresidente del Senato (in questa veste ha sovrinteso all’elezione all’elezione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso anno), proviene da una lunga militanza sindacale nel settore tessile della CGIL, e si definisce “femminista, riformista, di sinistra”. Pur non apparendo a prima vista una renziana della prima ora (in passato collaborò con Il Manifesto, sebbene passaggi dalle estremità a istanze di “buon governo” non siano troppo infrequenti per quella generazione), si è comunque schierata a favore del “Sì” in occasione dell’ultimo referendum costituzionale, arrivando a proporre, ospite al programma mattutino di La7 “L’aria che tira” le dimissioni da parlamentare sue e di chi avesse sostenuto la riforma in caso di bocciatura dell’elettorato: sembra tuttavia che in occasione della nomina a ministro sia tornata sui suoi passi.

.

“Se vince il NO lascio la politica”

Si ipotizza che siano proprio la sua militanza sindacale e il suo presunto pragmatismo ad aver orientato la scelta per l’importante dicastero verso il suo nome, poiché – benché nell’entourage dei più stretti collaboratori del neoministro non si faccia mistero della sua scarsa conoscenza delle problematiche scolastiche – si spera forse che possano distendersi i rapporti con la categoria dei docenti, infastiditi in parte dalla citata riforma della Giannini così come dal rinnovo del contratto nazionale, le trattative sul quale paiono almeno per il momento essersi arenate. Dunque, in un’epoca in cui tanto si insiste sulla capacità tecnica che deve essere indispensabile allo svolgimento della funzione di Ministro della Repubblica, apparentemente si virerebbe verso una nomina più politica, che pare creare un po’ di disagio agli insegnanti, che forse le avrebbero preferito l’ex sottosegretario all’Istruzione dei governi Monti e Letta, l’aristocratico maestro elementare Marco Rossi Doria. In ogni caso, a questo proposito, subito una prima tegola è caduta sulla lussureggiante e fulva chioma del Ministro: sul curriculum vitae del Ministro Fedeli pubblicato sul suo sito Internet personale – al momento rimosso – si dava conto della sua laurea in Scienze Sociali.

Come si presentava il curriculum della Fedeli prime dello scoppio della polemica.

Come si presentava il curriculum della Fedeli prime dello scoppio della polemica.

Tuttavia, come hanno confidato alcuni membri del suo staff e come è stato divulgato via Twitter dall’ex piddino Mario Adinolfi – ora appassionato fondatore del movimento politico Il Popolo della Famiglia – si tratterebbe di un diploma di assistente sociale conseguito presso la Scuola per assistenti sociali UNSAS di Milano. Anche perché rincara la dose Dagospia, il corso di laurea in Scienze Sociali non sarà istituito prima del 1998, quando il Ministro – che comunque nega di aver mai parlato di lauree, nonostante il curriculum poi rimosso attesti il contrario – era già nella Segreteria nazionale della CGIL. Ebbene, al di là delle richieste di dimissioni sul punto, da più parti addotte,  e nonostante  il Ministro si sia un po’ goffamente e formalisticamente difeso adducendo che sul curriculum se avesse voluto mentire avrebbe scritto “laurea” e non “diploma di laurea” (la legge non ha mai contemplato una categoria di “diploma di laurea” a titolo di c.d. “laurea breve” o comunque di “laurea di grado inferiore”, anzi con le successive riforme a tale espressione è stata sostituita quella di “laurea specialistica” o “magistrale”) occorre interrogarsi sul seguente punto: nessuno ha mai negato che talora chi non è laureato possa avere competenze pratiche maggiori di chi magari ha frequentato una prestigiosa università.

La denuncia su Facebook di Mario Adinolfi.

La denuncia su Facebook di Mario Adinolfi.

E’ però significativo che dall’epoca dei c.d. “governi tecnici” in Italia, e ancor più nell’ambito della UE (si pensi alla composizione della Commissione), si senta da più parti sottolineare l’importanza delle competenze specifiche e settoriali di ministri e parlamentari – ottenibili solo con una laurea, evidentemente – necessarie a meglio “sbrogliare” la complicata matassa delle molteplici problematiche contemporanee (sebbene il caso della Fedeli non sia l’unico: si pensi alla riconfermata Beatrice Lorenzin alla Sanità). Senza contare poi che la Fedeli sarà ministro anche dell’Università e della Ricerca, il che sembra presupporre una conoscenza tecnica delle complesse dinamiche colà presenti, che difficilmente può avere a mente chi non abbia mai messo piede in un ateneo. Insomma, delle due l’una, o la capacità tecnica in politica conta fino a un certo punto – se si guarda al Governo Monti, composto quasi esclusivamente di “tecnici” o alla Commissione UE c’è in effetti qualche sospetto – oppure la competenza ad hoc di un ministro è fondamentale (all’Economia un economista, alla Giustizia un avvocato/magistrato, alla Sanità un medico, ecc.) e allora la gaffe di Valeria Fedeli è macroscopica: tertium non datur.

Ma secondo il Ministro i veri motivi dell’attacco mediatico ai suoi danni sono altri, e riguarderebbero il suo appoggio alla c.d. Teoria del Gender. Per la verità, tutte o quasi le associazioni che hanno organizzato il Family Day hanno in effetti parlato di “dichiarazione di guerra” nei loro confronti all’atto di questa nomina, di ripicca di Renzi che ha attribuito pure a loro la sconfitta referendaria, dopo l’approvazione del controverso “Ddl Cirinnà”. Se il suo predecessore Stefania Giannini teneva un atteggiamento assai soft circa la teoria del genere, arrivando a posizioni negazioniste, non è così per Valeria Fedeli, che da senatrice risulta essere prima firmataria di un ddl del novembre 2014 con cui si richiede “l’introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università“.

Come è noto, dalle fonti filogovernative si è sempre tentata l’ardua intesa di distinguere tra “educazione di genere” e “teoria di genere” o gender, indicando con la prima l’indicazione al rispetto reciproco tra i sessi e con la secondo la dottrina, originata da una certa psichiatria, secondo la quale l’essere umano sarebbe padrone di scegliere in maniera fluida la propria sessualità, anche cambiandola più volte nel corso della propria vita. E tuttavia, leggendo il testo del Ddl del 2014, ci si imbatte nella necessità di adottare “misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società”. Quando il cambiamento si estende a “costumi, tradizioni e pratiche socio-culturali” ecco allora che la distinzione di cui sopra scompare, in quanto si passa dal sanzionare comportamenti  incresciosi (es. bullismo verso presunti bambini omosessuali) alla precisa volontà, un po’ giacobina, di fondare sul bambino o sul ragazzo l’homo novus (magari più funzionale al sistema costituito), espropriando peraltro le famiglie del loro ruolo primario di educatrici. Non stupisca se nell’attuale quadro di autonomia scolastica ciò si possa tradurre negli arcinoti casi di libriccini omosessualisti, bambini costretti a vestirsi da bambine, talora pratiche di “educazione sessuale” un po’ equivoche, denunciate ad esempio da “Giuristi per la Vita”.

.

Del resto, è la stessa Fedeli che si definisce “femminista” (parte dunque di un’ideologia che è sempre stata tra le altre cose convintamente abortista e fautrice di una “lotta tra i sessi” che però ha finito per essere più che altro funzionale alle logiche di mercato: la femminista single è un consumatore più appetibile della madre di cinque figli) e “pragmatica” (dunque più “pericolosa”: l’Unità d’Italia, più nel male che nel bene, la fece il pragmatico Cavour più che Mazzini): si sospetta quindi che si tenti di barattare la pace sindacale con i docenti con l’introduzione più potente del gender nelle scuole, tenendo conto anche della vicinanza ideologica di molti docenti della scuola pubblica – tradizionalmente elettorato di sinistra – con certe attitudini educative abbastanza prometeiche e antitradizionali (si pensi alla maestra del celebre “petaloso”). Esaminato dunque il milieu ideale sostanzialmente postcomunista a cui la Fedeli sarà fedele, resta da domandarsi se lo scotto non debbano pagarlo ancora una volta le nuove generazioni e le loro famiglie, il tutto mentre la scuola pubblica sprofonda sempre più in un degrado culturale e ambientale (a partire dalle fatiscenti strutture scolastiche). Toccherà ai bambini e ragazzi di domani lo stare evolianamente in piedi tra le rovine. Ma per farlo bisogna essere molto forti, forse troppo.