Apprendiamo, non senza una certa dose di inquietudine, che «una grande opportunità come le olimpiadi non si possa fare perché c’è il rischio che qualcuno rubi». Scopriamo altresì, se mai ce ne fosse bisogno, che Renzi fa «il tifo per l’Italia, non solo calcisticamente». L’apprensione però ci attanaglia le viscere quando il premier svela che non è «contento» e vuole «fare di più», ma ci rincuora sapere che non è «come quelli che nascondono la realtà dicendo che va tutto bene, che i ristoranti sono pieni, aleee oooh». I succitati non sono estratti da uno spettacolo di Crozza bensì da quello ben più godibile che l’happy regime ha imbastito ieri sera a fronte delle telecamere di Lilli Gruber su La7. Protagonisti in scena Matteo Renzi (l’originale) e Marco Travaglio: il primo nel ruolo di danzatrice intenta a roteare i drappi della colorata epopea italiana contemporanea; il secondo nel più modesto ruolo di doberman che quei drappi cerca di strappar via a morsi.

«Se c’è un padrone in un giornale, eliminate radicalmente la verità, l’oggettività, la purezza e altre bellurie, è il suo stile.» Giuliano Ferrara verga così sul Foglio del 21 settembre, e lui di stile, seppur contestabile, se ne intende. A voler traslare la ferrariana affermazione si potrebbe concludere che anche il padrone di un governo è lo stile. Vien da chiedersi allora che padrone possa essere quello del governo in carica se durante la trasmissione di ieri, sublimazione canonica della comunicazione renziana, di fronte a un giornalista che contesta l’ottimismo riguardo l’incremento del lavoro, il premier risponde che «quello che è diminuito negli ultimi due anni sono le copie del Fatto Quotidiano, non i posti di lavoro»; oppure quando lo stesso ironizza ammiccando a chi gli fa notare che il testo della riforma costituzionale è lungo e complicatissimo, che «non siamo tutti Di Maio, c’è chi le capisce le mail quando le apre». Si dice che chi parla male, pensa male. E agisce peggio. È scoraggiante vedere il Presidente del Consiglio, carica che rappresenta nell’esecutivo tutti gli italiani, non solo i propri amici e elettori, fare esercizio di banalità ed esprimersi con un tale livello di semplificazione e di riduzionismo intellettuale. Che il sindaco d’Italia, come amava definirsi un tempo, chiarisca il quesito referendario spiegando che «se tu vuoi che i parlamentari continuino ad avere il Parlamento più costoso e più numeroso della storia occidentale, voti “no” e passa la paura. Poi però non raccontare che le cose cambiano, dopo», dovrebbe far impallidire qualsiasi studente in Giurisprudenza al primo anno.

Come ben sanno i pubblicitari, se si vuole vendere un prodotto, la forma è sostanza. Vale per l’arte del commercio, per l’arte militare e finanche per quella politica. Se si produce un prezioso anello e lo si vende in una scatoletta di cartone, il valore dell’anello non si decompone, ma nessuno spenderà un giusto prezzo per comprarlo. Per un provvedimento di governo il ragionamento non muta di una virgola: se lo si realizza ad arte e lo si ritiene il migliore possibile, lo si ammanta delle più sfavillanti coccarde, non lo si copre con uno spago sdrucito. È un controsenso che i membri della maggioranza, nel tentativo di gonfiarsi di onore per i frutti del proprio lavoro, ricorrano alle più deprecabili bassezze intellettuali e piroettino sul ciglio del burrone del turpiloquio. Non si addice certo a leader politici di esprimersi in questo modo ma, tautologicamente, non resta che concludere che è lo stato di cose a pretenderlo. In fondo, il mestiere del politico consiste nell’adeguarsi, e gli attuali lo stanno facendo benissimo.

Nel magico mondo dell’happy regime, là dove si puote ciò che si vuole, tutto è roboante comunicazione. Non c’è bisogno di dimostrare un fatto, basta annunciarlo, convincersene e sbandierarlo con forza giorno dopo giorno. Affinché la barca comunicativa dispieghi le vele non solo la propria, anche quella degli altri deve farsi sfavillante celebrazione, guai altrimenti. Il tutto si compie nella magica convergenza astrale del circo politico-mediatico e nella potatura dei rami, tagliando fuori gli inservibili. Siamo ben lontani dall’«intellettuale dei miei stivali» con cui Craxi apostrofò Ernesto Galli della Loggia. Qui è tutto un susseguirsi di parole d’ordine a disprezzo dell’opposizione: i gufi e i professoroni sono già fuori moda, ma corrono ai ripari quelli che tifano contro l’Italia e chi vuole lasciare le cose come sono. Espressioni suggestive, meno incisive, ma ugualmente redditizie.

Non c’è da capacitarsi, quando si vede il Presidente del Consiglio rivolgersi a un direttore di giornale proponendogli: «se vuole le faccio vedere dove lei mente con tutti i suoi articoli, perché mi son fatto una bella raccolta.» Quale delle funzioni del capo del governo preveda di controllare le copie vendute dai giornali, l’audience dei talk-show e le opinioni espresse dai giornalisti, rimarrà in eterno un mistero. O forse no, forse lo spirito del tempo prevede che il politico sia più editore, comunicatore, o come piace dire ai semplici, storyteller, che uomo di Stato. Forse la rampante contemporaneità esige che dal Palazzo piovano slide e annunci, formule magiche e parole incoraggianti, strigliate di incitamento e pacche sulle spalle. Allora Renzi potrebbe essere davvero l’uomo del futuro, il politico del Terzo Millennio il cui ruolo è più quello di infondere fiducia e mostrarsi come simbolo della nazione che di farsi condottiero severo e lungimirante. La migliore riforma costituzionale sarebbe allora quella che destini a chi conquista il seggio di Palazzo Chigi, non già la Presidenza del Consiglio bensì, considerato l’esasperante tifo dell’inquilino attuale, la panchina della Nazionale.