Lo chiamavano il “Gran Ghetto”, un vero e proprio distretto abitato da qualche centinaia di immigrati, dediti per la maggior parte a lavori umili quali la raccolta dei prodotti agricoli. Un rogo è scoppiato nella zona, aggravato dalla presenza di bombole a gas utilizzate per riscaldare le abitazioni e cucinare. Il fuoco ha raggiunto un’estensione pari a 5000 metri quadri. Non è la prima volta che la baraccopoli viene avvolta dalle fiamme, dal momento che già l’anno precedente si erano verificati diversi roghi, uno dei quali era giunto a distruggere quasi l’intero complesso, senza che vi fossero vittime. Stavolta, però, la vicenda si è svolta diversamente. A perdere la vita, sono due uomini malesi, ovvero, Mamadou Konate, di 33 anni, e Nouhou Dumbia, di 36, il primo dei quali è stato ritrovato carbonizzato, mentre il secondo è morto nel tentativo di fuggire dalla sua casa nel ghetto. Numerose e di vario genere sono state le polemiche degli schieramenti politici in merito all’esistenza della baraccopoli, tanto da concordare all’unanimità sullo sgombero. Quest’ultimo ha avuto inizio l’1 marzo scorso, ma i lavori sono stati bloccati in seguito alle proteste di molti dei 350 immigrati ivi residenti, i quali si sono rifiutati di lasciare libere le strutture. 200 uomini di origine africana hanno protestato davanti alla Prefettura di Foggia, chiedendo udienza alle istituzioni e una soluzione repentina. Uno dei dimostranti ha affermato:

“Noi vogliamo lavorare e dormire nel ghetto, ma ci è stato detto di andare via, perché la magistratura ha stabilito che non si può stare in questo luogo”.

Tuttavia, ciò che ha acceso gli animi dei migranti è stata la decisione del comune, per cui due nuove strutture di 110 posti andranno a sostituire il “Grande Ghetto”, con la conseguenza di lasciare gran parte dei profughi senza dimora. Di fronte a queste ipotesi, nulla è ancora stabilito, tutto rimane nell’incertezza pragmatica più profonda. 

Dinanzi a questo scenario, solo un elemento costituisce il fattore di “sicurezza”: le prese di posizione e i commenti immancabili della classe dirigente italiana. La segreteria provinciale della Cgil di Foggia ha espresso solidarietà nei confronti delle due vittime dell’incendio, esortando nello stesso tempo le istituzioni a sgomberare rapidamente l’area e a garantire ai migranti un rifugio dignitoso. È un appello indubbiamente umano quanto ingenuo, difficile da realizzare a pieno. L’esodo degli stranieri dalla baraccopoli comporterà inevitabilmente l’abbandono sociale di alcuni di essi, sia per mancanza di adeguati requisiti di cittadinanza, sia per ragioni penali, sia per gli ostacoli burocratici dai quali il Paese è afflitto. Eppure una soluzione si rivela urgente, così come l’aiuto internazionale. Soprattutto alla luce del fatto che l’Italia abbia coraggiosamente affrontato in solitaria il flusso migratorio, dimostrando uno spirito di accoglienza che altre nazioni europee non avrebbero saputo elargire. Su posizioni più radicali l’Unione Sindacati di Base in Puglia, la quale ha espresso solidarietà alle comunità dei braccianti migranti del Gran Ghetto, sostenendo che “questi episodi sono proprio la conseguenza della caccia alle streghe dei benpensanti razzisti”.

In realtà, la questione è molto più complessa di quanto le semplici posizioni ideologiche vogliano dimostrare, poiché lo sgombero non presuppone ragioni etniche, ma di ordine pubblico. Abitazioni fatiscenti e infiammabili risultano poco sicure per gli stessi immigrati, quanto per gli abitanti delle aree adiacenti. Inoltre, è socialmente inaccettabile che individui, di origine straniera o meno, si trovino a vivere in vere e proprie “favelas” in un paese civilizzato. L’edificazione di 350 abitazioni popolari si rivelerebbe una soluzione più equa, meno “ghettizzante” e più sicura, ma i problemi rimangono i medesimi; una burocrazia omicida, lo sperpero politico di fondi pubblici ad uso personale, l’ingerenza mafiosa nella vittoria delle gare d’appalto. Inoltre, un immigrato che volesse dimostrare di lavorare come molti italiani non potrebbe certamente farlo alla luce del sole, poiché il più delle volte i braccianti sono alle dipendenze del famigerato caporalato. Ecco come, nuovamente, antichi mali si intrecciano e vengono irrimediabilmente alla luce. Dichiararsi pro sgombero non è certamente finalizzato al razzismo. Lo stesso sindacato di centro-sinistra ha optato per questa inevitabile soluzione e, inoltre, significative si sono rivelate le parole del governatore pugliese Michele Emiliano in tal senso:

“La tragica morte dei due cittadini malesi conferma la necessità di procedere senza indugio alla chiusura di questa operazione richiesta dall’Autorità Giudiziaria ma lascia un profondo sconforto perché se avessero accettato, come tanti hanno fatto, la alternativa abitativa, adesso sarebbero ancora vivi”.

Occorre fare un distinguo tra l’antirazzismo ragionevole e il delirio paranoide e complottista di chi urla “razzismo ovunque”. Un’oculata gestione delle politiche migratorie, il potenziamento del welfare e dei diritti sociali degli immigrati (come degli stessi italiani) non significa allinearsi alle posizioni di Matteo Salvini. Egli strumentalizza qualsiasi contesto per intenzioni realmente discriminatorie, come ha di fatto dimostrato: “Altro sangue sulle mani lerce dei ‘buonisti‘ di sinistra, che fanno arrivare in Italia migliaia di disgraziati promettendo loro tutto”. Per il leader del Carroccio è necessario “fermare le partenze, bloccare i barconi, espellere i clandestini”, soluzioni drastiche e decisamente visionarie e metafisiche nell’attuazione. Ecco come, dall’altra parte, si pecca di soluzioni estreme, un razzismo becero in uno stile impeccabilmente “lager”.

Al di là delle prese di posizione e delle febbri ideologiche, i fatti raccontano una sola verità: perché sia garantito il normale ordine pubblico, affinché questi immigrati possano vivere in uno status decente, è necessario affrontare la problematica dei 400 posti letto richiesti. Il progetto delle due strutture del Comune di Foggia non sembra, per il momento, soddisfare questo requisito. A ciò si aggiungono le precarie condizioni di lavoro cui vengono sottoposti i migranti, i quali, in presenza di un adeguato salario, avrebbero la possibilità di prendere in affitto abitazioni più dignitose, nonché di integrarsi. Lo stato italiano dovrebbe combattere in prima linea il fenomeno del Caporalato, incentivando le nascenti cooperative agricole che darebbero lavoro a centinaia, migliaia di italiani e stranieri, potenziando un settore chiave per l’economia del Paese. La Mafia lucra sulla debolezza sociale delle fasce disagiate, le quali sono restie a ribellarsi a causa del costante clima di minaccia e di un governo che non riesce a comprendere le esigenze dei bisognosi.

Questa sarebbe una delle possibili soluzioni per gestire e incanalare il fenomeno migratorio, poiché solo il controllo delle frontiere e l’integrazione dei nuovi “arrivati” potrebbe creare consenso ed equilibrio politico. Non è un caso che la Francia stia oggi pagando gli errori di una politica di ghettizzazione etnica (e feroce colonialismo nord-africano) con la terribile morsa del terrorismo. L’Italia dovrebbe imparare dai propri errori (e quelli altrui) per non risentire delle inevitabili e karmiche conseguenze di una nefasta strategia di gestione migratoria.