di Alessandro Procacci

“Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, così recita il noto principio chimico, meglio conosciuto come “legge di Lavoisier”, in materia di reazioni organiche tra elementi. Una regola che si puo’ senza alcun problema applicare anche all’interno della vita politica di un paese: se un membro della classe dirigente si dimette non lo fa mai a tempo indeterminato ma per potersi riciclare in un ambito diverso (partito differente, pubblica amministrazione, capo di qualche ente …). Lo affermava anche Robert Michels, in termini più intellettuali e raffinati, con la sua “legge dell’amalgama delle élites”.

Ma chi è Stefano Fassina? Ex viceministro dell’economia e delle finanze durante il governo Letta , schernito dal suo segretario Matteo Renzi nel gennaio 2014 con un “Fassina chi?” si è dimesso dai suoi ruoli pur rimanendo all’interno della sua fazione, formando una corrente alternativa e più tendente a sinistra rispetto a quella renziana “del compromesso” venendo  sempre più marginalizzato nel corso dei mesi. Eppure nel “partito del fareeeeh” ci era stato fino ad adesso Fassina e non si era lamentato poi più di tanto, tolta l’uscita sul superamento della moneta unica. Ancora contava qualcosa nelle decisioni fino a qualche tempo fa ma, ora, si è venuto a creare un intollerabile deficit democratico all’interno dell’attore politico che occupa i posti di governo e che compromette il buon andamento di tutta la vita politica dell’intero Paese.

Votare tramite la fiducia una misura così importante, tuttavia, non è una mossa politicamente vincente in quanto tende ad ignorare il dissenso interno al partito e a voler dare un’immagine di coesione che è, però, solamente apparente; I sottili equilibri politici che esistono oggi sono molto precari e cercare di procedere in maniera coercitiva, evitando il dialogo, porta inevitabilmente a degli strappi e delle divisioni che, sopratutto in questo momento, sono dannosissime per il Paese intero. Ovviamente l’alternativa a tenersi i propri dirigenti è quella di aprire a destra, cercando di inglobale quella parte moderata di ex democristiani e alfaniani, cosa che sta riuscendo, nei fatti, molto bene. Che poi, più che di partito bisognerebbe parlare di “start-up innovativa” in cui “i giovani” propongono delle soluzioni innovative dietro cui si nascondono sempre le stesse magagne del passato; obiezione sollevata anche dal numero uno di “Podemos” Pablo Iglesias giusto poche settimane fa. Dov’era Fassina poche settimane fa? Dov’erano Fassina e il partito mentre si attentava all’articolo 18 ?

La verità è che, prima o poi, in un ambito politico in cui tutti, il giorno prima dell’arrivo del “baffone senza baffi”, erano democristiani oppure ex comunisti e, il giorno dopo, si sono scoperti renziani di ferro, dei problemi sorgono e, generalmente, riguardano la gestione del portere, il contare qualcosa. Non preoccupiamoci, dunque, per il futuro del deputato ma rivolgiamo un pensiero a cosa succederà a noi. Già le percentuali di abbandono scolastico e di “fuga di cervelli” sono alte, se si aggiunge il lecchinismo degli insegnanti verso i “presidi-imprenditori”, che verrà introdotto dalla riforma della scuola, si comprende che non solo i tassi rimarranno invariati ma, inoltre, esporteremo laureati e diplomati formati in maniera faziosa e indottrinati fin da piccoli dagli sponsor, che daranno i soldi alle scuole. Insomma un passo in più verso l’americanizzazione della società e l’instupidimento globale.  Riprendendo l’argomento di prima sorge spontaneo un dubbio: Fassina quando è entrato nel partito (che tra poco sarà “unico”) ?