L’onda nera del neo-fascismo minaccia la libertà della democrazia italiana? Non facciamo ridere. I colleghi della Repubblica e dell’Espresso, vittime di fumogeni e proclami mediatici, se si attenessero ai nudi dati dei partitini e gruppuscoli che si rifanno più o meno esplicitamente al nazifascismo, scoprirebbero che stiamo parlando di percentuali da albumina. La ben orchestrata campagna di stampa sul pericolo del virus nostalgico è solo l’ultimo scampolo della sindrome ectoplasmatica di un antifascismo a scoppio ritardato. Ossia resuscitare di tanto in tanto lo spauracchio fascista, ingigantendo alla n volte l’entità di un fenomeno marginale e macchiettistico. E così regalandogli un’enorme pubblicità gratis.

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A certi politici e financo storici che ragionano come i gamberi andrebbe ricordato che le condizioni che portarono alla sottovalutazione di Mussolini e camerati sono completamente differenti dagli eventi in cui ci troviamo oggi: non siamo reduci da una prima, traumatica, devastante guerra mondiale; la lotta politica non si consuma in una guerriglia civile con formazioni squadriste organizzate e tollerate dall’autorità; e a parte i fanatici islamisti, non c’è un giovane disposto a versare una goccia di sangue per un’idea giusta o sbagliata che sia di patria o rivoluzione. Abbiamo a che fare invece con un’ultraminoranza di associazioni che si eccitano con il culto di un passato ottantennale, condannandosi all’irrilevanza proprio per continuare a mestarlo e rimestarlo, incapaci come sono di abbandonare un immaginario di miti, riti e simboli che non ha più alcun legame vivo e attuale con la realtà. E’ la cocaina totalitaria che il dissociato amante dell’estremo sniffa per colmare il vuoto di un’ideologia vitale, adatta al presente e radicata nelle questioni di oggi – e beninteso che rimanga radicale negli obiettivi e nei metodi, senza vendersi al pensiero unico liberale.

I fascisti del 2000 hanno il loro specchio negli antifascisti che vedono quel che non c’è. E cioè un fascismo vecchio stampo che non potrà tornare neanche sotto mentite spoglie, poiché nessuno oggigiorno accetterebbe mai uno Stato di polizia con un dittatore che fa e disfa in barba ad un ordine internazionale-gabbia, in cui tutti i popoli sono connessi nell’abbraccio mortale della globalizzazione finanziaria (perfino CasaPound che è la meno “passatista” di tutte, non recide il cordone ombelicale con le sacre memorie, e questo nonostante il dinamismo e la creatività fin qui dimostrata). Per il resto, se un qualsiasi individuo commette un atto illegale o usa la violenza per imporre le proprie idee va fatto scattare il codice penale, chiuso il discorso.

Laura Boldrini e Carla Nespolo

Laura Boldrini e Carla Nespolo

Dipingere di nero fascio il quadro è un collaudato metodo per non guardare in faccia il nemico principale. Questo lo aveva già capito il vecchio Amadeo Bordiga, fondatore con Gramsci del Partito Comunista nel 1921, che negli anni Anni Cinquanta dello scorso secolo metteva in guardia l’allora sinistra dallo sviare l’attenzione dall’avversario da abbattere, il capitalismo, concentrandosi troppo su un antifascismo di maniera, pienamente sensato dal 1922 al 1945, e volendo ancora nell’immediato dopoguerra, ma non dopo, se non come riferimento ideale ai padri.

Siamo ancora lì. I ragazzi che in totale buona fede manifestano nel 2017 contro l’eterno ritorno del fascismo sono sistematicamente ed artatamente fatti distrarre, sprecandone l’energia, dall’oppressione attiva e operante che da decenni ci rende subdolamente schiavi: il Potere delle banche dominatrici del denaro, che è il sangue circolante di una società fondata sul mercimonio di ogni cosa, esseri umani compresi. Complici e compari i governi ammanicati con i vampiri, specie oltreoceano ma non solo (che cos’è la petromonarchia saudita, se non un assolutismo puntellato di religione ma impastata di puro Capitale?).

Amadeo Bordiga (1889/1970)

Amadeo Bordiga
(1889/1970)

Ironia della storiaccia, per accendere una lampadina basterebbe leggersi, fra gli innumerevoli esempi, l’ultimo numero del settimanale L’Espresso in edicola, che in un documentatissimo e inquietante articolo di Paolo Biondani e Luca Piana spiega come il colosso bancario Deutsche Bank nel 2011 compì una brutale speculazione di miliardi di euro sui titoli italiani facendoci rischiare di finire come la Grecia. La procura di Trani ha aperto un’inchiesta, poi passata a Milano. Ma questa non è, o meglio, non dovrebbe essere roba da tribunali. Ma da sollevazione popolare. Che le cricche di finanzieri in completo grisaglia abbiano anche solo la possibilità di stravolgere la vita di un popolo, dei cittadini comuni che si sfiancano a tirare avanti la baracca esponendo il frutto delle proprie fatiche alla ruota infernale delle Borse e degli spread, è di per sé un fatto politicamente criminale. Tale da appenderli, questi rettili, al più alto pennone.

E siccome lo spettacolo della destra che contende il parlamento alla sinistra è solo il circo dietro cui si nascondono i centri di strapotere monetario e geopolitico che condizionano la sovranità degli Stati (lo spudorato “vincolo esterno” Ue-Fmi-Bce), il vero mostro liberticida che in questo stesso momento ci asservisce alle sue logiche e disegni di controllo si chiama Francoforte, si chiama City di Londra, si chiama Wall Street, si chiama Washington, si chiama piani alti dei vitrei e cupi grattacieli dei banksters e dei complessi militar-finanziari. Sono le cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie), cioè J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa, e i cinque istituti di credito, ovvero Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas, che hanno in pancia il 90% del totale dei titoli derivati, la fetta più grossa dell’intero mercato globale delle transazioni.

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Uno studio dell’Istituto Svizzero di Tecnologia pubblicato qualche anno fa sulla rivista scientifica New Scientist scoprì che mettendo ai raggi X il groviglio di partecipazioni incrociate nella proprietà di tutte le 43.060 multinazionali presenti al mondo (su un database di 37 milioni di società, l’Orbis, risalente al 2007), è possibile enucleare un gruppo privilegiato di 1.318 investitori che detiene il 60% dell’economia reale del mondo, mobiliare e manifatturiera. Districandosi nei meandri degli assetti proprietari, i ricercatori hanno individuato un gruppo ancora più ristretto di nomi ancora più legati fra loro. In breve, il risultato finale vede 147 soggetti controllare il 40% della ricchezza industriale del pianeta. Meno dell’1% è a capo dell’intero intreccio. È composto per la maggior parte, guarda caso, da banche e fondi d’investimento. Gli stessi di sempre: Barclays, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas. I nodi di questa sorta di consiglio supremo della finanza non deve far pensare a una cupola stile Spectre: un numero tale, 147, è ancora troppo elevato per concludere che si muovano in una collusione scientifica. All’interno le rivalità e i contrasti d’interesse li dividono, contrapponendone le strategie e tenendo l’umanità in ostaggio di forze su cui nessuno può apporre la sua brava crocetta elettorale. E’ l’élite tecnocratica e la “global class” che in mano hanno i fili dell’economia mondiale. Questo è accertato e accertabile.

Sono questi i nemici. Che ci tolgono, senza che neppure ci facciamo caso, la libertà di autodeterminarci come popoli.  Al loro confronto, le teste rapate il cui razzismo fa vomitare – e ditelo che siete razzisti, piuttosto che limitarvi a denunciare, anche con buone e solide ragioni, l’immigrazionismo – sono la foglia di fico perfetta per quegli antifascisti che non hanno mai letto Pasolini. E hanno tragicomicamente dimenticato la lezione di Bordiga. Ammesso che sappiano chi sia.