In Italia si fanno sempre meno figli. I dati parlano chiaro oramai da anni, eppure niente di serio è mai stato fatto per fronteggiare il problema. Il crollo della fertilità – che nel nostro Paese significa appena 1,39 figli per donna e circa 20mila nati in meno per ogni anno che passa – porta con sé conseguenze disastrose. La popolazione invecchia, le spese correlate a sanità e altri servizi aumentano vertiginosamente, mentre l’età pensionabile continua a salire e le condizioni medie di salute peggiorano. E se è vero che la diminuzione della natalità fa parte di un fenomeno di più ampio raggio che abbraccia tutti i Paesi industrializzati, è vero anche che nessun provvedimento politico è mai stato adottato in questi ultimi anni. Le politiche demografiche più complete e recenti della storia d’Italia appartengono al ventennio fascista: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale tutto è stato lasciato allo stato brado, con picchi e flessi di nascite dovuti a cause che nulla avevano a che spartire con le politiche repubblicane.

È per questo motivo che ora il Governo Renzi vuole avviare un Piano Nazionale che attraverso sensibilizzazione, progettazione di scuole di specializzazione e giornate dedicate possa risollevare le sorti del Paese. La bassissima natalità registrata in Italia è peraltro frutto anche di un abbassamento della qualità degli spermatozoi: nel maschio medio si sono ridotti almeno del 50%, e il 20% delle coppie fanno fatica ad avere bambini. Fattori sociali ed ambientali dunque, che insieme concorrono al peggioramento della vita nostra e di quella delle generazioni future, le quali si ritroveranno a dover sostenere un esercito di anziani malandati eppure sempre più longevi.

Il Piano Nazionale del Ministro Lorenzin è dunque un primo passo per arginare un problema ormai non più procrastinabile, ma da solo non può costituire la soluzione. Può al più essere una politica di spalla ad un sistema di riforme ben più ampio, che vada a toccare ogni ambito della vita quotidiana degli italiani. Perché, a ben pensarci, la vera partita sulla fertilità si gioca in trasferta, nello stadio del mondo del lavoro e in quello del welfare. Come può un venticinquenne, appena uscito dall’università e digiuno o quasi di lavoro, poter pensare a metter su famiglia? Come può una donna che da poco ha iniziato a lavorare progettare la procreazione se sa che nessuna legge la tutela e le viene incontro? E ancora, come si può pensare a creare una famiglia senza un minimo di certezza lavorativa ed economica alle spalle? Se a una coppia under 30 nasce un bambino, chi può aiutare i nuovi genitori ad accudire il proprio figlio, chi può provvedere a dei finanziamenti facilitati, chi può assicurar loro dei turni di lavoro intelligenti? Nessuno. Perché lo Stato italiano negli ultimi decenni ha preferito inseguire la società piuttosto che guidarla attraverso le trasformazioni cui andava incontro. Ed ora ci ritroviamo senza welfare state, in una situazione per cui si può avere un bambino solo se si è ricchi o se si ha la certezza che se ne prenderanno cura i nonni.

L’individuo è lasciato da solo, costretto a pagare in prima persona per aver contribuito al rinnovamento fisico ed intellettuale del Paese, come se si trattasse di una colpa. Occorre riformare il sistema pensionistico, quello lavorativo e quello dell’assistenzialismo statale, ed occorre farlo in maniera lungimirante, ponendo la famiglia e il suo ampliamento al centro di ogni attenzione. Non farlo significherà condannare alla ghigliottina le future generazioni, e con esse il nostro intero Paese, già oggi piegato dall’elevatissima età media e dallo scarso ricambio generazionale nei luoghi strategici per il suo sviluppo.