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Salari bassi, compressione dei diritti dei lavoratori, prezzi contenuti e ultra-concorrenziali e massimizzazione del profitto per gli azionisti. Non stiamo parlando di Amazon, Alibaba e altri giganti dell’e-commerce nati nel XXI secolo, ma di una azienda nata nel lontano 1962 con le medesime parole d’ordine, allora considerate inique, mentre oggi rappresentano la normalità: stiamo parlando di Walmart. Fondata nel 1962 da Sam Walton, la multinazionale statunitense è diventata il più grande rivenditore al dettaglio nel mondo. L’Idea dell’imprenditore statunitense era semplice: il miglior modo per sconfiggere la concorrenza e tenere buoni gli azionisti è da un lato l’abbassamento del prezzo dei prodotti e dall’altro la divisione di maggiori profitti con gli shareholder, andando ad incidere esclusivamente sui costi del lavoro, con tagli ai salari e ai diritti dei lavoratori. Gallino definisce questa strategia “una grave contraddizione nel sistema capitalistico, perché esso per sopravvivere avrebbe bisogno di consumatori/lavoratori non poveri, bensì relativamente benestanti”. Ma nonostante questo nel 2017, a 10 anni dalla grande recessione, il sistema pensato da Walton per i suoi supermercati è diventato un punto di riferimento per l’economia di larga parte dei paesi occidentali. Gran parte del merito va dato a Milton Friedman, che con la sua teoria neoliberista spinse inizialmente gli Stati Uniti e la Gran Bretagna con i governi Reagan e Thatcher e successivamente molti governi di entrambe le parti politiche, ad eliminare l’intervento dello Stato nell’economia, sostenendo che i mercati sono in grado di autoregolarsi e che l’intervento del pubblico può soltanto causare danni. L’Estrema libertà lasciata ai mercati portò alla grande recessione del 2007, ma nonostante questo (soprattutto in Europa) si continua a sostenere un modello economico monetarista e i risultati, o per meglio dire la mancanza di risultati è sotto gli occhi di tutti. I dati attestano una crescita lenta e insufficiente e un tasso di occupazione che illude nei numeri generali, mentre mostra la sua vera faccia andando ad osservare la forma e la sostanza delle occupazioni. Chi ha recentemente trovato un posto di lavoro non ha gli stessi diritti, lo stesso salario e gli stessi orari di chi lavorava prima della crisi economica, per effetto delle ricette pensate da Friedman nel lontano 1962.

friedman milton

Il caso italiano è un perfetto esempio di questo fallimento. Dal 2007 in poi non solo i posti di lavoro si sono ridotti anno dopo anno, ma sono peggiorati nelle condizioni di assunzione e nel trattamento durante l’orario di attività. La legge Fornero e il Jobs Act di Matteo Renzi hanno inciso più della crisi sulla condizione precaria dei lavoratori. La riforma del sistema pensionistico frena (nonostante sia stata approvata nella scorsa legislatura, essa ha natura graduale) le aspettative di lavoro dei giovani e allo stesso tempo rallenta l’innovazione e l’efficienza lavorativa, costringendo milioni di dipendenti anziani a continuare a lavorare nonostante l’avanzare dell’età. Il Jobs Act ha ridotto i diritti dei lavoratori, spostando il baricentro della contrattazione all’interno dell’azienda escludendo i sindacati e uccidendo di fatto il posto fisso. In cambio ha proposto degli sgravi per i nuovi contratti a tempo “indeterminato”, che però, dopo i primi mesi di euforia, sono stati accantonati in favore di contratti a termine ancora più precari e degradanti rispetto a quelli pre-crisi. Osservando la tabella Eurostat sul tasso di disoccupazione dei paesi Europei , possiamo notare come il nostro Paese non solo è al secondo posto tra quelli con maggiore disoccupazione (davanti soltanto la Spagna) ma i suoi tassi nel corso del tempo rimangono costanti al di sopra dell’11%, non offrendo di fatto miglioramenti tangibili, ma soltanto piccole fluttuazioni tra l’11.2 e l’11.9%. Ma lo stato occupazionale e il rimodellamento delle pensioni non rappresentano l’intera cifra dei modelli fallimentari per uscire dalla crisi. La svendita delle aziende e dei musei statali al peggior mercato (quello fatto di banche, grosse multinazionali e fondi d’investimento) e la mancata salvaguardia delle attività nazionali, ha reso lo stile di vita neoliberista parte integrante delle nostre vite. Molte delle attività nevralgiche sono finite in mano privata (dalle telecomunicazioni fino all’alimentazione) con conseguenti adeguamenti in negativo sia per i lavoratori che per i clienti (riduzione dei diritti, aumento dei prezzi e molto altro); lo stesso è accaduto sul fronte culturale, con Musei che da beni comuni sono divenuti in molti casi strutture con limitata accessibilità (per via dei prezzi molto alti) e con scelte estetiche che non rispettano il valore delle opere (da luoghi sacri della cultura a supermercati dell’usato).

Secondo il Primo Ministro Paolo Gentiloni la crisi economica esplosa nel 2007 sarebbe finalmente alle nostre spalle.

Possibile che l’unica via d’uscita dalla crisi sia un lento e inesorabile arretramento dei diritti sociali e un ritorno alle oligarchie? Luciano Gallino nel libro “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti” proponeva un cambio di paradigma per frenare il liberismo estremo, partendo dall’insospettabile Henry Ford, che già nel 1913 sosteneva “il ruolo centrale degli alti salari per far girare l’economia capitalista”. Il concetto è semplice: i lavoratori devono essere in grado di acquistare ciò che producono attraverso il salario. Occorre immaginare una società dove i prodotti abbiano un costo adeguato a coprire i salari dei lavoratori in maniera dignitosa senza trucchi (delocalizzazioni o salari troppo bassi) in modo che quegli stessi prodotti possano poi essere acquistati, non soltanto da una stretta cerchia di privilegiati, ma da chiunque possegga un salario. Lo Stato diventa fondamentale per garantire questo cambiamento, riacquisendo il suo ruolo di regolatore e garantendo in prima persona i benefici di questo nuovo paradigma alle aziende e ai servizi a gestione pubblica. Soltanto in questo modo sarà possibile salvare la nostra economia e le basi stesse della nostra società.