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Avevamo già trattato il tema della post-verità in un nostro precedente articolo, non appena i media italiani si erano accorti della tempesta che imperversava di là dall’Atlantico. Come già scritto in quell’occasione e in innumerevoli altre, le mode americane arrivano inevitabilmente anche qua. La prossima che aspettiamo al varco é la famosa querelle su quale bagno i transgender debbano utilizzare. I repubblicani propendono per quello del sesso biologico, i democratici per il genere autopercepito. Questioni d’alta politica, insomma. L’affare post-verita invece é molto più interessante e di spessore consistente. Nello scorso articolo l’abbiamo definito come una “guerra per l’egemonia culturale” in atto tra visioni filosofiche differenti (Weltanschauung, se proprio vogliamo fare i fighetti). Ripartiamo da qua, avendone visto un esempio proprio l’altra sera a La Gabbia, l’interessante trasmissione di Gianluigi Paragone. A confrontarsi in un duello mediatico d’antico sapore due portatori sani di partigianeria geopolitica, Giulietta Chiesa (pro-russo, ça va sans dire) e Alan Friedman (altrettanto ovviamente e schiettamente pro-americano). I temi dello scontro, perché per dibattere bisogna essere disposti almeno ad ascoltarsi reciprocamente, li potete facilmente immaginare:

Putin dittatore o autocrate, il Russiagate di Trump realtà o immaginazione (o complotto della CIA), l’Europa manna o flagello, così come i populismi.

Dibattito fra Giulietto Chiesa e Alan Friedman
L’aspetto che ci interessa in questa sede tuttavia riguarda le ormai celeberrime sanzioni alla Russia. Chiesa ha detto una cosa molto intelligente, cioè che sono state un atto unilaterale in palese contrasto col diritto internazionale e l’Onu. Friedman sostanzialmente ha risposto che Putin, si avete intuito, é un malvagio dittatore proteso alla conquista del mondo e il nostro caro alleato americano si é sentito in dovere di fare quella che Carl Schmitt aveva profeticamente definito “un’operazione di polizia internazionale”. Ora, entrambe le interpretazioni sono corrette, ma sono, per l’appunto, interpretazioni differenti del medesimo fatto, cioè che Russia e Stati Uniti sono in rotta di collisione. Perché? Perché la Russia (ancora più della Cina) é l’elemento di frizione che si pone tra l’impero americano e la fine della Storia. A seconda dei punti di vista, dunque, Putin é un problema (un nemico demonizzato, direbbe sempre Schmitt) oppure l’uomo che ha rimesso in moto la Storia, scongiurando il pericolo dell’impero globale degli Stati Uniti che tutto omogeneizza in nome del libero mercato. Chi ha ragione? Entrambi, dipende solo da che punto di vista si assume, di quali valori si abbraccino, di quale sia la propria visione del mondo e della Storia.

C’é però una differenza sostanziale tra Chiesa e Friedman e no, non é il fatto che il primo su Facebook abbia un certo seguito e il secondo si prenda quasi solo insulti (guardare la sua pagina per credere). La differenza é che il secondo tenta di squalificare il primo, bollandolo come “complottista”. Ora, é difficile accusare qualcuno con qualche credibilità di complottismo solo perché tifa Russia invece che America. Il fatto é che la Russia si é annessa la Crimea, dove ha la sua base nave più importante, prima occupandola militarmente e poi indicendo un referendum che si é rivelato essere plebiscitario.

Come diventa un’occupazione criminale? Beh, credendolo perché si tifa America. Come un atto legittimo? Perché si tifa Russia.

Veniamo invece al caso del Russiagate e per precisione al suo inizio, l’hackeraggio (presunto) operato dai Russi ai danni del partito democratico per favorire la vittoria di Trump. Quali fatti abbiamo? Che le intelligence americane hanno desecretato un file nel quale dicono congiuntamente che sono stati i Russi. Per Friedman questa verità é oro colato, per Chiesa una bufala. Giusto per fare un esempio, sono le stesse intelligence che “avevano trovato” armi chimiche di distruzione di massa a Saddam Hussein (come se fosse un crimine, tra l’altro, visto che gli stessi americani non hanno esitato ad utilizzare il napalm in Vietnam, ma loro sono l’impero del Bene e stavano sicuramente combattendo per la libertà del popolo vietnamita). Torniamo all’hackeraggio. Ammesso che ci sia stato, cioè che si creda all’intelligence Usa che dice che é avvenuto invece di credere a Putin che nega, sarebbe la prima volta che un Paese si intromette negli affari interni di un altro? Giusto per fare un altro esempio, gli stessi americani hanno spiato praticamente ogni leader europeo per anni, probabilmente per decenni, ma tutto é finito a tarallucci e vino perché, come già detto, loro sono l’impero del Bene.

Francamente, quindi, dubito che Friedman abbia accesso ai documenti riservati della CIA, o che possa leggere nel pensiero di Trump o di Putin. Dunque per quale motivo se Chiesa dice che non ci sono prove dell’hackeraggio é un complottista e se lui dice che il referendum in Crimea era finto, non lo é? Semplice, perché non era più abituato ad avere un contradditorio. Qualunque sistema imperiale ha bisogno di una narrazione convincente di sè stesso per giustificarsi agli occhi dei sudditi. Gli americani ci vendono la loro da settant’anni. Per fortuna, almeno in principio, esisteva anche la campana del PCI. Venuta a mancare quella, ci siamo dovuti bere vent’anni di fine della Storia. Ora basta, e grazie a Paragone per cercare di rompere sommessamente il cerchio autoreferenziale dell’unica verità. I fatti umani non sono la matematica le narrazioni possono essere infinite, basta che qualcuno creda loro per renderle vive e financo autorevoli.