Una vita passata alla Rai. Quarant’anni circa di televisione pubblica dove è stato direttore, produttore, autore e conduttore. Nel 2013 ha dato l’addio. Per quale motivo?

Mi hanno cacciato. Nel 2012 avevo vinto l’Oscar mondiale per il miglior progetto di divulgazione storica con La storia siamo noi poi però il mio contratto non è stato rinnovato. Il direttore riteneva che non servivo più.

Com’è cambiata negli ultimi decenni la Rai? In bene o in peggio? Glielo chiedo soprattutto perché ora la vede in maniera obiettiva, da spettatore insomma.

Lavoro venti ore al giorno dunque la guardo poco. Comunque è cambiata poco perché il palinsesto è sempre quello, da quindici anni, cambiano i direttori generali, cambiano i consigli di amministrazione, cambiano i presidenti, ma i palinsesti cambiano pochissimo purtroppo.

E rispetto agli anni Ottanta?

C’è stato un momento di forte crescita, di grande ricchezza di offerta, poi dall’arrivo dei professori in poi e dal passaggio al bipolarismo (anni novanta, ndr) diciamo che c’è stata una decrescita violenta nella progettazione. Il settore che ha una sua dimensione industriale resta quello della fiction, per il resto mi sembra standard.

Qual è la sua opinione sul berlusconismo mediatico?

Berlusconi ha fatto il suo mestiere e l’ha fatto ha fatto bene.  Purtroppo non è stato contrastato da un “raismo” mediatico, cioè da un’idea di televisione di servizio pubblico che avrebbe dovuto equilibrare in modo significativo dal punto di vista dell’offerta commerciale. Diciamo che anche su questo l’Italia è stata molto indietro perché tutti i Paesi che hanno delle televisioni commerciali, queste sono state comunque iscritte nelle regole del servizio pubblico, invece qui è stato il far west, e l’anarchia dopo.

Invece tutti questi talk show di oggi? Perdono spettatori…sono in cerca di loro stessi o stanno morendo? 

No non sono in cerca di loro stessi, quando le parole perdono di significato, si consumano e non servono più. Nei talk show le parole sono usate come un proiettile da sparare contro un nemico che non è più un interlocutore. Nel chiacchiericcio violento dei talk show si perde il significato delle parole e il gusto dell’approfondimento. Ci è voluto un po’ di tempo ma l’ha capito anche il pubblico che si è disaffezionato.

Secondo lei, i format delle tribune politiche odierne (pubblico, arena, applausi) hanno cambiato il modo stesso di far politica (urla, linguaggio semplificato da Twitter)? O è avvenuto piuttosto il contrario?

Il grande ispiratore di tutta questa forma narrativa e di mise en scene è stato La bocca aperta di Funari il quale è stato il capostipite di questa televisione urlata e contrapposta. Lui lo faceva in modo interessante, e all’epoca fu innovativo perché significava portare il linguaggio del bar in televisione, in alternativa al linguaggio paludato delle accademie. Oggi però è rimasto solo il linguaggio del bar più bieco. Perché poi la televisione emula se stessa fino ad esaurire i generi. Io non ho mai fatto un talk, Mixer era un faccia a faccia, dove si faceva approfondimento e gli ospitati si mostravano per quello che erano.

È stata nota a tutti la sua vicinanza agli ideali del Partito Socialista. È mai stato tentato da una discesa in politica?

Mai tentato perché chi ha veramente passione politica e ha un talento professionale, grande o piccolo, nella sua professione fa molta politica, nel senso alto del termine. Ho sempre pensato dunque che fare il televisionista fosse una cosa molto significativa. Ho sempre creduto molto al ruolo del servizio pubblico, ed avevo simpatie nelle idee riformiste dei socialisti ma anche dei cattolici, perché io e mio padre veniamo da quella storia. I riformismi li ho realizzati in televisione, sia nell’intrattenimento con Uno per tutti e Quelli della notte, ma anche nella fiction, inventando Un posto al sole, sia nell’informazione con Mixer, sia nelle nuove tecnologie digitali inventando Rai Storia e la Storia siamo noi. In ogni epoca ho cercato di applicare la creatività alla trasformazione dei linguaggi nei vari segmenti.

Le è stato proposto di candidarsi una o più volte?

Si si, ma queste proposte lasciavano il tempo che trovavano.

Quest’estate Roberto Napoletano, direttore de Il Sole 24 Ore e di Radio24, le ha detto che “avrebbe fatto mixer in radio”. Come si trova in radio? Che effetto le ha fatto il passaggio dal piccolo schermo alla radio?

La radio mi faceva paura per tre ragioni. Il primo: non l’avevo mai fatta. La seconda: non l’avevo quasi mai ascoltata. La terza: non avendola mai fatta né quasi mai ascoltata non sapevo se sarei stato capace di affrontare un mezzo e un linguaggio nuovo. Invece ho scoperto il fascino enorme della radio perché ti da una possibilità di profondità molto maggiore. Io che sono un fanatico delle immagini e che ho fatto una televisione delle immagini, mai delle parole, ho scoperto il fascino della voce la quale ti costringe ad un’attenzione più acuta, si vede dalla reazione del pubblico che reagisce moltissimo con gli sms, con i tweet, con le telefonate. E poi l’ascolto della radio è un ascolto più attento. È stata una grande scoperta. Poi l’aggiunta di Pietrangelo Buttafuoco e Mario Sechi ha dato un tocco molto interessante al dialogo interno della trasmissione.

Come mai ha scelto Pietrangelo Buttafuoco per affiancarla?

Mi piacciono le teste libere e diverse. La cosa che colpisce della nostra trasmissione, oltre alla composizione, attualità prima, storia dopo, è la ricchezza di voci libere, e si sente che sono libere perché rispondono solo alla loro coscienza e cultura.