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Parlare dell’“eutanasia” non vuol dire parlare esclusivamente dell’“eutanasia”. Non possiamo esimerci, difatti, dal considerare tutto ciò che concerne tale tematica: l’elenco, però, sarebbe interminabile. Essa è l’argomento che, negli ultimi giorni, affolla i mass media e ci porta a riflettere, ancora una volta, sulla nostra mortalità, che costantemente miriamo ad esorcizzare. Alcuni psicologi sociali (tra cui Greenberg, Solomon e Pyszczynski) avrebbero, forse, parlato di TMT (Terror Management Theory), per sottolineare il conflitto che – in noi uomini, comuni mortali – genera l’inevitabilità della morte. Come abbiamo sottolineato, però, l’eutanasia è un concetto multiforme, spesso associato in maniera fallace ad altri elementi, più volte ad essa affini ma non conformi. È impossibile, come si potrà facilmente intuire, sintetizzare in poche righe argomenti che occupano il dibattito italiano e mondiale da decenni. Noi proveremo, dipanando le dovute premesse, ad evidenziare i punti chiave che concernono tale dibattito.

L’eutanasia spiegata in 3 minuti

Innanzitutto, è imprescindibile una distinzione tra l’eutanasia e, come abbiamo già evidenziato, gli elementi ad essa associabili. Distinguiamo, allora, tra: eutanasia attiva e passiva, suicidio assistito e testamento biologico. È facile fraintendere il loro significato e, per questo motivo, avanziamo descrivendo l’eutanasia, sulla scia della definizione propostaci da note fonti enciclopediche (Treccani), come:

«Azione od omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce (eutanasia attiva) o si astiene dall’agire (eutanasia passiva), procura anticipatamente la morte di un malato allo scopo di alleviarne le sofferenze»

Dunque, definiamo “attiva” l’eutanasia effettuata dal medico con lo scopo di porre fine, in maniera dignitosa, alle sofferenze del paziente. Definiamo, invece, l’eutanasia “passiva” come la cessazione delle terapie – necessariamente considerate inutili – volte ad esacerbare una condizione irreversibile, nei confronti della quale si cerca di “accelerare” il processo di estinzione del dolore, senza incorrere nell’accanimento terapeutico. Con quest’ultimo elemento si indica la tendenza forsennata ed ostinata a proseguire cure inefficienti nei confronti di un soggetto malato, con lo scopo di mantenerlo in vita il più possibile. Ovviamente, in entrambi i casi di eutanasia descritti è il paziente consenziente a prendere tale decisione, mentre la messa in atto della stessa è vincolata dall’accertata impossibilità di guarigione. Diverso è il discorso del suicidio assistito, che – pur implicando anch’esso lo stato consenziente e “lucido” del paziente – concerne l’atto attraverso il quale il paziente stesso, attraverso la precedente preparazione di un mix di sostanze da parte del medico, effettua la cosiddetta “iniezione letale”. Il testamento biologico rappresenta la volontà, in condizione di pieno possesso delle facoltà mentali, di acconsentire o meno alla pratica di determinate cure, in caso di condizioni che privino della capacità di esercitare il proprio diritto alla scelta.

Quest’introduzione è risultata doverosa, poiché chiarisce ciò a cui è andato incontro Fabiano Antoniani (Dj Fabo), la cui storia occupa da giorni l’interesse dei mass media nostrani. Egli era un uomo cieco e tetraplegico, la cui malattia, data da un terribile incidente, gli ha impedito di proseguire la vita desiderata. Egli, avendo espresso la volontà di mettere fine alla sua condizione, si è dovuto scontrare, come altri prima di lui, contro i muri inflessibili della morale italiana. Sono stati vani i tentativi di interpellare il presidente della Repubblica e, con lui, le alte cariche istituzionali: l’Italia, potremmo dire, è un paese in cui si muore lentamente e soffrendo. Così, date le sue vane speranze, Fabiano ha dovuto rivolgersi all’Associazione Luca Coscioni. Quest’ultima si batte da anni per il lecito “diritto alla morte” e, per questo, ha accompagnato Fabiano – costretto ad “emigrare” in Svizzera per dare corpo al proprio volere – lungo il suo percorso verso il suicidio assistito. Non volendo fare “cronaca”, non ci dilungheremo oltre su tale vicenda. Questo, però, non ci esime dall’analizzare e dal denunciare, sulla scia della lotta da egli affrontata, la condizione e l’ottusità italiana. Invero, lo stesso Fabo denunciava:

«È scandaloso che i parlamentari non abbiano il coraggio di prendere la situazione in mano per tanti cittadini che vivono come me».

Il video appello di Dj Fabo
Mentre in Europa e in buona parte del mondo le pratiche descritte sono facilmente accessibili – ad esempio in Cina, sin dal 1998, negli ospedali è permesso effettuare l’eutanasia – in Italia, la patria del familismo amorale, l’eutanasia è punibile alla luce degli articoli 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del Codice Penale. Invero, Marco Cappato, esponente dell’Associazione Luca Coscioni che ha accompagnato Fabo nel suo ultimo viaggio, rischia, a seguito della sua “ammissione di colpa”, svariati anni di carcere. Proprio grazie a tale associazione, il 3 marzo dello scorso anno aveva preso vita una prima forma di dibattito su tale questione da parte del Parlamento, tale da far sperare almeno in una regolamentazione del testamento biologico. Così non è stato e, ad oggi, tanto l’eutanasia (sia attiva che passiva) che il suicidio assistito sono punibili, oltre che dagli articoli 579 e 580 precedentemente citati, anche dagli articoli 575 e 593. Non dobbiamo dimenticare, però, come – evidenziando la paradossale e contraddittoria condizione che abita il nostro Bel Paese – l’articolo 32 della Costituzione afferma che:

«Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Non vogliamo dilungarci ulteriormente, sebbene, per completezza, è necessario considerare anche l’altra faccia della medaglia”: l’Olanda. Essa è il primo Paese europeo a legalizzare, nel 2002, l’eutanasia e le pratiche di suicidio assistito (che hanno superato i 5000 casi nel 2015). La situazione, però, sembra essere sfuggita di mano alle figure preposte. Difatti, a seguito di una proposta di legge, si è pensato di estendere le suddette pratiche anche, tra i vari casi, ai pazienti sofferenti di patologia psichiatriche o demenza. Come affermato da Roberto Schurink, direttore dell’Associazione nazionale per la libera eutanasia (Nvve):

«Nei Paesi Bassi la legge prevede l’eutanasia anche in caso di demenza. Se una persona in grado di intendere e volere lascia una dichiarazione scritta e firmata al suo medico di famiglia chiedendo che le venga applicata l’eutanasia anche quando fosse demente le sue volontà devono essere rispettate».

Mappa della situazione legale rispetto all'eutanasia ed al suicidio assistito in Europa

Mappa della situazione legale rispetto all’eutanasia ed al suicidio assistito in Europa

La vicenda, però, è controversa e non chiaramente regolamentata. In ogni caso, questo ci interroga su problematiche cruciali: quando è lecito effettuare pratiche di eutanasia? Quando e, soprattutto, chi può decidere della vita e della morte di qualcuno? È certo che, in condizione di patologie psichiatriche – dove solo la figura del medico ha il potere di sentenziare la lucidità o il delirio di una persona – diventa impossibile stabilire l’effettiva “necessità” di anticipare i tempi di decesso di un soggetto. Prendiamo il caso della patologia psicotica di tipo maniaco-depressivo, qui – banalizziamo – stati di tendenze al suicidio sono particolarmente frequenti, data la forte componente di colpa che accompagna i suddetti soggetti (animati da meccanismi psichici che, nei casi più gravi, portano a vedere solo in una condizione irreversibile come la morte una forma di “sollievo”).

C’è però un problema: la loro condizione non è irreversibile ma psichicamente determinata, come è testimoniato da almeno un secolo di psicologia.

Quanto abbiamo affermato fin ora ci interroga su almeno tre questioni: sul rapporto tra liberal-democrazia e libertà, sul libero arbitrio e, di nuovo, sulla nostra inevitabile condizione di finitezza. L’essere umano è socialmente determinato e il suo sviluppo è vincolato, di conseguenza, dal suo contesto sociale e, anche, culturale. Potremmo dire, forse esagerando, che l’uomo è socialmente e culturalmente “predeterminato”, tant’è che Jacques Lacan legava in maniere inevitabile il desiderio del soggetto a quello dell’altro (sebbene egli parlasse di Altro con la A maiuscola). Questo ci porta a riflettere sul confine presente tra la nostra libertà di scelta e la sua determinazione sociale o, più in generale, su quanto, nel mondo liberal-democratico che viviamo, si possa essere davvero liberi (trascendendo una visione della libertà alla stregua del consenso unanime altrui). Dov’è, dunque, il libero arbitrio? Dov’è la capacità del singolo di significare singolarmente il proprio desiderio? Affermare che il sociale rappresenta l’humus da cui nasce il soggetto, non vuol dire determinare a priori la sua condotta, intrinsecamente mutevole, così come sarebbe impossibile predeterminarne il desiderio. In condizioni tragiche, come quelle che presentava Fabiano, precludere la possibilità di effettuare l’eutanasia equivale a predeterminare un desiderio soggettivo ed imporre una determinata condotta: è un esercizio mordace e moralistico di potere rude, meschino e, ancora una volta, clericalmente contestualizzabile. È arrivato il momento che l’uomo, una volta per tutte, faccia i conti con la propria condizione di finitezza come antefatto – e non fine ultimo – del proprio desiderio che, lo ricordiamo, è sempre “unico”. D’altronde, come ha affermato pertinentemente lo psicoanalista Massimo Recalcati:

«Nel donare la morte attraverso l’eutanasia non si tratta di rinunciare a resistere, ma di assumere, di fronte alla inesorabilità irreversibile della malattia, il sentimento della resa, di fare spazio alla nostra insufficienza. È, infatti, il sentimento della resa, assai più di quello euforico della vittoria, a rendere la nostra vita profondamente umana».