Solamente a gennaio il settimanale L’Espresso usciva con un gran titolone in copertina: “Il potere del fango”. Sullo sfondo, il doppio profilo di Roberto Saviano e Umberto Eco. Motivo di tale apertura l’uscita del nuovo romanzo di Eco, “Numero Zero”, ambientato ai tempi di Tangentopoli nella redazione di un quotidiano nato con lo scopo preciso di fare del dossieraggio e del ricatto la propria missione. All’interno della rivista, un lungo dialogo tra i due, che discutevano compiaciuti del funzionamento della cosiddetta macchina del fango, tema centrale del libro.

Sono passati appena sei mesi da quella copertina. Questa settimana, la notizia che i giornalisti de L’Espresso Piero Messina e Maurizio Zoppi, autori del servizio sulla presunta intercettazione tra il governatore della Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico personale Matteo Tutino, sono stati indagati dalla procura di Palermo (che già più volte aveva smentito l’esistenza della telefonata) per pubblicazione di falsa notizia. A Messina è contestato anche il più grave reato di calunnia, per aver indicato come fonte dell’informazione un investigatore che invece nega di avergliela mai riferita.

Si consuma così la nemesi del settimanale moralista e bacchettone, che da anni combatte, affiancato dalla fedele La Repubblica, la sua crociata contro l’immonda e sordida macchina del fango. I titoloni a piena pagina dei giorni in cui attorno a Crocetta infuriava la bufera hanno lasciato il posto a qualche timido trafiletto a fondo pagina, così, giusto per dovere di cronaca. Nessuno a gridare allo scandalo, nessuno a stracciarsi le vesti per l’indignazione. Saviano, paladino incorrotto della lotta al malcostume, che da anni va impartendo lezioni di morale agli italiani, non si è sentito minimamente in dovere di pronunciarsi sull’accaduto. Idem il professor Eco, che al tema del fango ha addirittura dedicato un libro, come abbiamo visto. Evidentemente la macchina del fango va denunciata a seconda di chi ne è alla guida. E a quanto pare anche a sinistra ne sono provetti conducenti, nonostante i malcelati tentativi di ascrivere l’utilizzo di tali metodi alla sola stampa di destra. Per rifarci ancora al servizio di gennaio infatti, lì Eco rispondeva in questo modo a Saviano che lo punzecchiava sul legame tra sistema del fango e stampa berlusconiana: “Una volta esistevano le istituzioni della macchina del fango, giornali specializzati. […] Non sto dicendo che è colpa di Berlusconi, ma prendendo il 1992 come data di displuvio, un cambiamento c’è stato” (excusatio non petita, accusatio manifesta, Umberto, dovresti saperlo meglio di noi! Nonché goffa preterizione). Se poi cerchiamo un po’sul web scopriamo che L’Espresso non è affatto nuovo all’utilizzo di simili metodi, anzi ne è stato un pioniere: risulta che uno dei primissimi casi di macchina del fango (quando ancora il neologismo non era stato creato) fu quello orchestrato dai giornalisti Cederna e Melega nel 1978, il quale, attraverso una serie di articoli a posteriori rivelatisi fondati più su chiacchiere che su dati di fatto,  portò alle dimissioni del Presidente Giovanni Leone.

Il colpo di questi giorni operato dal fango mediatico è dunque solo l’ultimo di una lunga serie, segno evidente di un giornalismo che ha ormai perso la sua missione e anziché fungere da controllore dell’operato della politica, è ora invece controllato e manovrato dalla stessa. Basti pensare alla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, o più estesamente Commissione per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Roba da MinCulPop. Come è concepibile l’esistenza di una commissione parlamentare che vigila e indirizza l’operato dei servizi radiotelevisivi nazionali, quando invece sono gli stessi servizi radiotelevisivi che, attraverso il giornalismo, dovrebbero fungere da grande commissione di vigilanza sulle attività politiche del Paese?  È il rapporto tra l’informazione e la politica a dover essere ripensato; la macchina del fango è solo figlia di una concezione malata dello stesso. Il giornalismo deve riappropriarsi del suo ruolo di supervisore delle vicende politiche. Supervisore parziale, certo: il giornalista offre solo una delle molte prospettive che possono aversi di un fatto. Una prospettiva che però deve tornare a essere indipendente. Ovvio, altrimenti, che una concezione come quella attuale del rapporto politica-informazione porti a derive simili. Dobbiamo levare di torno il politico X? Perché perder tempo a sconfiggerlo politicamente, sul piano dei contenuti; meglio aizzargli contro la stampa e montare una campagna di diffamazione che ne distrugga l’immagine pubblica. Si toglierà di torno da solo così. Mani pulite e zero fatica.