Il tumulto di Rieti ha inferto ferite profonde nella carne viva di una comunità già inginocchiata da opinabili condotte urbanistico–amministrative del passato, e dalla superficialità istituzionale del presente. Guai, infatti, a ritenere che la Natura abbia repentinamente deciso di imporsi col caos, e di dettare un ordine inverso rispetto a quello delineato dall’Inizio dei Tempi: la semplicità con la quale essa si manifesta non lascia scampo ad alcun fraintendimento. La storicità medievale di Amatrice si è condensata in un cumulo di macerie ammassato dall’abusivismo, non certo dalle intemperanze della superficie terrestre, che la bramosia umana ha contribuito ulteriormente ad irritare. In virtù dei recenti traumi, il perseverare è ancora più diabolico, quando la speculazione sul dolore surclassa persino la ragionevolezza del rispetto, ed impianta l’acustica della spettacolarizzazione. Indipendentemente dall’opportunità, “the show must go on”.

Show al quale si sottrae l’anima della solidarietà di chi antepone la sicurezza collettiva ai propri deliri di onnipotenza. In merito ad un’analisi sulle qualità superiori, i Pompieri rappresentano quella sinfonia al coraggio che i marchettari dell’informazione e gli sciacalli degli ascolti televisivi potranno soltanto annotare a taccuino e raccontare. Con un pizzico di invidia, e con una dose di imbarazzo: ingredienti che evidenziano l’impertinenza degli “onori” delle cronache, ed offrono l’esempio più malsano della stampa nostrana. Quella focalizzata sugli anfratti della verità, e proiettata al dominio della menzogna. In questo proscenio, il Vigile del Fuoco si appresta ad essere garante della serenità, alfiere della quiete, e custode dell’integrità ambientale, che è cornice dell’accezione dell’umanità, contornata di paesaggistica, di fauna, di flora, e di un’architettura che ne rispetti i principi.

La narrazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco è un concentrato di audacia e di abnegazione: mai alla ricerca del sensazionalismo, e senza la pretesa di calamitare la voracità della isteria mediatica. La terremotata sceneggiatura del contesto reatino è una dimostrazione sistematica della dedizione che li connota: il loro ardimento è scandito dalla capacità di sedare il pericolo e di sedarlo. Caratteristica che li eleva ad estremi baluardi della temerarietà, e a taciti eroi anonimi della nostra travagliata contemporaneità, nella spontanea grandezza di una discrezione non sfoggiata, né abbagliata dalle luci della ribalta. Più di qualsiasi speciale di Bruno Vespa, o di un (etimologicamente) patetico servizio del TG1. D’altronde, “un giorno senza rischio, è un giorno non vissuto”.