La nostalgia anacronistica alla Cirino Pomicino è una caratteristica preferibilmente da evitare: l’inopportunità della classe dirigente – della quale il ridente andreottiano è stato istrionico alfiere – si declina nella nefandezza dei suoi risultati. La vedovanza di un modo di pensare alla politica in giacca, cravatta, e fluente parlantina, stride con le conseguenze che quell’errata cognizione ha innescato. Allorché, quindi, l’ex democristiano amplifica – grazie alle mediatiche casse di risonanza delle svianti poltrone televisive – il rammarico per il largo distacco dei cittadini dalle vicissitudini di un sistema politico corruttore, concusso, e strafottente, emergono due ulteriori distorsioni: l’irresponsabilità dei precursori, e la pigrizia dei successori. “Il Parlamento è come la salute: lo si apprezza quando non c’è più”: il suicidio diviene, dunque, un’alternativa valida.

In quanto la nostra fantomatica salubrità sarebbe preservata da Renzi, Salvini, Gasparri, Razzi, Romano, Santanchè, e dalla generazione borghese cresciuta a pane e Pomicino. Quella secondo la quale l’intoccabilità dogmatica dell’autorità del Palazzo è sacra, e superiore alle istanze popolari. Una progenie che Bettino Craxi era riuscito a preventivare. Nell’arruffata e disgraziata abbondanza delle sue omissioni e dei suoi errori, la figura più polemizzata del socialismo italiano ha avvertito ed anticipato la fragilità dell’impalcatura politico-rappresentativa che sarebbe stata. Non nel merito di competenze e capacità, ma della resistenza al dolore sociale che gli artigli del capitalismo finanziario avrebbero potuto infliggere. L’aveva predetto, ed è accaduto: “Dopo di noi, il regime violento della finanza vi farà a pezzi”.

Mentre la corazzata giudiziaria di Mani Pulite si preoccupava di ammainare i gagliardetti della Prima Repubblica – nell’amplesso mai pienamente consumato fra la rigidità di uno Stato di Diritto e la malleabilità dell’opinione pubblica -, DC e PCI officiavano la liturgia del giustizialismo, nonostante il diffuso arraffare di una partitocrazia truffaldina, e contro il profilo istituzionale di Craxi. A cui non vennero perdonate principalmente l’insolenza verso le prepotenti intemperanze politico-diplomatiche degli Stati Uniti d’America, e l’intransigenza governativa nella difesa dell’interesse nazionale. Gli strascichi di Tangentopoli prendono forma proprio nella sua premonizione: l’agonia di un’Italia ridotta colonia dalla e della tecnocrazia finanziaria, servita e riverita dall’impalpabile morale di camerieri smerciati per politicanti. Forse sì: era meglio quando c’era Bettino!