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Questo non è un articolo: è un encomio. Difatti, alla luce della recente scomparsa dell’avvocato e filosofo partenopeo Gerardo Marotta, è doveroso riprendere, con tenacia e ostinazione, una problematica che, sviata dai recenti scossoni politici e mediatici, resta ancora cruciale per l’Italia. Parliamo, dunque, di cultura e, con essa, di istruzione, riprendendo il cruccio che negli ultimi anni – o, per meglio dire, nell’ultimo decennio – hanno afflitto tali settori a causa di scelte politiche conformi alle logiche “mercantilistiche” dominanti. Per meglio intenderci, parliamo del predominio di “esportazione” coatta dei nostri beni e, data la “fuga di cervelli” dei giovani italiani, dei nostri futuri “saperi”: una “lobotomia” forzata che, aimè, mostra i suoi devastanti effetti. Possiamo affermare, di conseguenza, che il nostro paese, primo nel mondo per patrimonio culturale, storico e architettonico, è da tempo oggetto di scherno sullo scenario europeo e mondiale a causa del lassismo manifestato nel suo settore di maggior prestigio. Allora, sorge spontaneo chiedersi:

Come sia possibile che uno Stato non convogli i propri sforzi e investimenti nel settore che gli offre prestigio mondiale, in favore di una rincorsa ostentata, di una falsa partenza, volta ad agganciare paesi che, nel “progresso”, sono riusciti a trovare strade alternative di crescita, di cui l’Italia, però, non necessita?

Gerardo Marotta e Massimo Recalcati.

Gerardo Marotta e Massimo Recalcati

È qui che entra in gioco Gerardo Marotta, a cui non possiamo fare altro che dedicare queste poche righe, ricordandolo come uno dei pochi “guerrieri della cultura”. Egli ha lottato per tempo immemore – invero, fino alla sua morte, avvenuta il 26/01, e nonostante i suoi ottantanove anni – contro la noncuranza di ministri, contro uno dei peggiori sistemi burocratici e, al contempo, contro una sempre più dilagante ignoranza. Facciamo un passo indietro e ricordiamo chi è stato costui. Avvocato di professione, egli era uno dei discendenti dei duchi di Scilla e uno degli ultimi allievi di Benedetto Croce ma, soprattutto, co-fondatore, insieme alla figlia del filosofo di origini abruzzesi ed altri, dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici nel 1975, di cui, fino alla sua dipartita, è stato presidente. Per comprendere la portata di tale centro culturale, basta ricordare le figure che ha ospitato: dal premio Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini, a quello per la fisica Steven Weinberg, da Jacques Derrida (sconcertato poiché, a Napoli, non fosse necessario conoscere l’indirizzo per raggiungere l’Istituto in taxi, ma bastasse parlare del suo presidente), a Karl Popper e Hans-Georg Gadamer. Quest’ultimo – che, invitato a tenere una conferenza nel 1978, ebbe un seguito di pubblico tanto vasto da non venire contenuto dall’Istituto – ha affermato:

«Senza iniziative di questo tipo la cultura è perduta»

Questo, purtroppo, è quello che da tempo rischia di accadere: perdere la cultura.

Il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer e Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, si confrontano sul ruolo che può avere l’intellettuale nella crisi etico-politica del nostro tempo.

Se la cultura potesse venire quantificata, quella a capo dell’Iisf raggiungerebbe un valore numerico molto alto: un punteggio, diremmo, di “trecentomila”. Trecentomila come le opere acquistate da Gerardo Marotta lungo l’arco della sua vita, oggi smistate tra capannoni e locali vari. D’altronde, con la cultura non si mangia o, per lo meno, questa è l’idea di figure istituzionali che, come Tremonti, hanno fatto piombare quello che Paul Dibon ha definito un crocevia della cultura europea, nel barato della burocrazia. Dunque, a discapito di delibere e provvedimenti, ancora oggi una delle più vaste e ricche biblioteche, che comprende edizioni originali di Benedetto Croce e Giordano Bruno, resta ancora senza una casa. Dai locali dell’ex-Coni in Piazza Santa Maria degli Angeli, già individuati come sede ideale nel 2001, nonostante dichiarazioni di impegno di svariate figure istituzionali, come Vincenzo De Luca, l’Istituto naviga ancora oggi in acque tremende, ormai dagli anni 2011 e 2012. E, ad incrementare il nostro dissenso, ricordiamo come anche lʼUnesco abbia riconosciuto che:

«LʼIstituto organizza corsi e colloqui ovunque nellʼEuropa occidentale, pubblica opere in sei lingue, antiche e moderne, contribuendo a fare della sua città una vera capitale culturale»

«Ho venduto tutto, anche le proprietà di mia moglie, un attico a Roma e una villa qui a Napoli. Ora ho debiti con tutti, perfino con il salumiere»

Queste le parole riferite da Marotta in un’intervista di qualche anno fa, quando, con i pochi averi rimasti, l’avvocato cercava di pagare almeno le spese a chi, da svariati mesi senza stipendio, continuava a contribuire con il proprio lavoro alla salvaguardia di quel bene prezioso che, per tutta la comunità partenopea, italiana ed europea, rappresentava e rappresenta tutt’ora L’Istituto per gli Studi Filosofici. È una beffa continua quella a cui è andato incontro chi ha investito tutte le proprie risorse materiali ed immateriali. Ora non ci resta che chiederci cosa accadrà, nella speranza che ritorni in auge lo splendore di quella struttura che, con oltre quarant’anni di storia alle spalle, è stato luogo di comunione culturale per svariate generazioni.

Gerardo Marotta, un filosofo per Napoli

Gerardo Marotta, un filosofo per Napoli

Temiamo, però, date alcune scelte e posizioni a dir poco criticabili, che tale speranza non possa fare altro che scontrarsi contro i muri di un potere sempre alle prese con la necessità del “tagliare” i baluardi del pensiero critico, quali sono la cultura e l’istruzione. Difatti, sono ormai anni che il governo, necessitato da un passato che stenta a voler permanere tale, è alle prese con la necessità di tappare i buchi di un’economia che sgorga e si disperde. Di conseguenza, non possiamo fare altro che notare come, quando l’economia viene meno, è la formazione che paga. Proviamo a comprendere tale impervio contesto e riassumiamo quello che è lo “stato dell’arte” dell’Italia in merito ad istruzione pubblica e cultura.

Marotta, intervistato, parla della la cultura e della trasmissione della filosofia.

L’Eurostat ci ha mostrato con i suoi dati come, proprio nei settori citati, l’Italia sfiori il barato dell’Europa, con investimenti pari al 7,9% per la prima (a fronte del 10,2% medio europeo) e l’1,4% per la seconda (rispetto alla media europea del 2,1%). A questo, però, conformemente alle abitudini nostrane, si oppongono le spese rivolte al funzionamento della pubblica amministrazione e degli organi elettivi, che superano di gran lunga la media europea. Ma i dati, purtroppo, non si fermano a questo. Il settore in cui il Bel Paese fa peggio è quello terziario dell’educazione, che concerne l’università e la ricerca, nei cui confronti spettano le quote peggiori. Il problema non è, in realtà, relativo alla mancanza di fondi, formula fin troppo abusate dai capi di governo. Anche l’OCSE, in un suo recente rapporto, ha “ammonito” l’Italia, come già fece in passato l’Europa, con le seguenti parole:

«In Italia, il livello relativamente basso della spesa pubblica per l’istruzione non è riconducibile al basso livello della spesa pubblica in generale, bensì al fatto che all’istruzione sia attribuita una quota del bilancio pubblico relativamente esigua»

Dati OCSE percentuali NEET

Dati OCSE percentuali NEET

Questi elementi ci mostrano due grattacapi di certo non trascurabili: lo spreco relativo alla spesa amministrativa e la ricorsa, già citata, verso un’Europa in bilico. Il primo problema rappresenta una costante italiana, un dato di fatto, un elemento distintivo come un simbolo oppure un emblema divenuto presto riconoscibile da chiunque, tanto da essere oggetto di scherno da parte di comici vari (si pensi agli ultimi lavori cinematografici di Checco Zalone). Al contempo, in merito alla rincorsa all’Europa di stampo neo-liberale, non possiamo fare a meno che riflettere sui due possibili pilastri su cui poter erigere, oggi, la struttura statale di un paese: la diade cultura-istruzione e il mercato, tra di loro incompatibili poiché il secondo sfrutta l’ignoranza e la disinformazione – che il primo combatte – come strumento cardine di profitto. La nostra repubblica, che avrebbe dovuto edificare le sue possibilità sul primo “pilastro”, è mutata sempre più nel tempo, trasformandosi in quella che potremmo chiamare: “Repubblica fondata sul mercato”.

Non serve dilungarsi troppo per avvalorare questo tema: basta guardarsi attorno e vedere che si è immersi in un mondo informatico-pubblicitario che ha fatto dei dati di audience televisivi e social, il suo trampolino di lancio economico. Ma, in aggiunta, basti pensare che una delle maggiori fonti di guadagno per lo Stato è il gioco d’azzardo (che, con gli 84,5 miliardi di euro del 2014, rappresenta più del 5% del PIL). Questo mostra il ruolo che ricoprono il profitto e l’interesse economico in generale, a fronte di una delle peggiori piaghe sociali odierne, indice delle strade parallele che si trovano a percorrere l’economia, da un lato, e il benessere personale e collettivo dall’altro. Per rispondere alle scelte statali, perlopiù anche improduttive alla luce dei bilanci, non possiamo non riprendere una riflessione di Victor Hugo in tal merito, che dal 1848 sembra essere ancora aperta. Egli affermava:

«Le riduzioni proposte sul bilancio speciale delle scienze, delle lettere e delle arti sono negative per due motivi. Sono insignificanti dal punto di vista finanziario e dannose da tutti gli altri punti di vista»

Tale tesi è ancora oggi inattaccabile e rappresenta il manifesto a cui fare riferimento per dare nuova vita e possibilità al nostro enorme patrimonio artistico e, al contempo, movimentarsi affinché l’istruzione smetta di rappresentare il fanalino di coda nelle sfilate dei vari governi. È fondamentale comprendere come, dietro l’opaca “trasparenza” da questi paventata, non rimangano altro che le logiche di un mercato che non si propone altro che atrofizzare le nostre menti, invece di “antropomorfizzare” il sistema organizzativo. Oggi, dove tutto è virtuale, stiamo perdendo la possibilità di lasciare spazio al sapere, a fronte di un’ingordigia insipida di tipo nozionistico: un’ignoranza in “pillole”. Ignoranza, che è stata il timore e la nefasta prospettiva auspicata dal visionario Hugo, il cui discorso non sembra aver sensibilizzato le logiche statali né francesi e né europee. Non ci resta che resistere e, come Marotta, lottare per riprenderci ciò che è nostro: il diritto alla libertà di informazione e di istruzione, il diritto ad un pensiero non più vincolato dalle cinte della tecnocrazia, quanto rivolto ad una riscoperta identitaria. Poiché, se l’individuo si modella anche sul versante “immaginario” e il polo d’attrazione è l’odierno e saturo mercato, noi non possiamo prospettarci altro che mutare in mera merce.

Victor-Marie Hugo è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e politico francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

Victor-Marie Hugo è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e politico francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

Solo riscoprendo la curiosità umana e, con essa, la fascinazione per il sapere, la spinta alla ricerca, la pulsione epistemofilica – che ha contraddistinto il nostro sviluppo come specie – e il desiderio di un’informazione scevra da pre-imposizioni, potremmo svelare la nostra reale struttura identitaria. Invero, ciò che ci distingue l’uno all’altro non è l’“avere” intenso come “avere il” o “avere la”, quali dogmi del marketing che intrappolano l’individuo in un vortice estetico. Non bisogna mirare ad un “brand identity” oppure auspicare la massificazione informatica, che ci trasforma in esseri solo “virtualmente” sociali. A fronte di tale bulimia di accumulo, indice di un tracollo valoriale ed affettivo, e di tale spasmodica ricerca identitaria, ancor più fantasmatica ed immaginaria, necessitiamo di far riemergere la nostra unicità, indice un pensiero critico sempre singolare. Solo così, arricchendo ogni riflessione ed analisi con il proprio trascorso, cedendo – ognuno di noi – un pezzo del proprio desiderio, si potrà ripristinare il senso collettivo che ha fatto di più uomini “degli uomini”: possibilità di cui siamo stati privati e che dobbiamo riconquistare. È questo il motivo per cui, personalità come quella di Gerardo Marotta, vanno sempre ricordate: è da esse che bisogna ripartire.