L’ultima da Roma è la presentazione, questo mercoledì, di Giorgia Meloni a candidata Sindaco di Roma. Ha deciso di candidarsi,  mandando in frantumi l’idea di una ricomposizione del centrodestra balenata mesi fa a Bologna, completando il processo di disintegrazione di quest’ultimo sullo scenario romano. Con lei i candidati di destra e centrodestra nella Capitale infatti giungono addirittura a quattro: lei, Bertolaso, Marchini e Storace. Cinque se vogliamo includere anche Alfredo Iorio, candidato di Forza Nuova, Msi e Fiamma Tricolore. Un numero davvero esorbitante.

Un’area politica, quella della destra ex missina e del centrodestra liberale, che in questo momento si è data assurdamente la zappa sui piedi, incapace di trovare una personalità in grado di calamitare attorno a sé i consensi di anime tanto eterogenee. Come pensi tale area di poter non vincere le elezioni, ma quantomeno arrivare al ballottaggio non si sa. Frantumata in cinque come è si è legata il cappio al collo da sola.

Guardando gli altri candidati in corsa vediamo uno scialbo Giachetti per il PD e una perfetta sconosciuta per il M5S (tale Virginia Raggi). E con uno sguardo d’insieme è facile rendersi conto di come la partita che si gioca nella Capitale, che in questo momento, dopo gli ultimi disastri di Marino e Mafia Capitale è una patata bollente che le varie forza politiche cercano di rimpallarsi l’un l’altra, nessuna intenzionata a perdere la faccia in una palude mefitica come quella romana, bene la partita che si gioca nella Capitale metta in scena perfettamente la situazione per molti versi imbarazzante imbarazzante dell’attuale panorama politico italiano.

Nel teatro suggestivo dell’Eterna Roma va in scena una destra drammaticamente orfana di Berlusconi e del berlusconismo. Dopo esser stata tenuta insieme per due decenni grazie all’ex premier di Arcore, in un partito e in una coalizione di stampo nettamente personale e padronale, ora essa è come smarrita, non sa più che pesci pigliare. Berlusconi è tramontato, il partito e la coalizione da lui tenuti insieme per 20 anni si sono sfaldati e non c’è più nessuno che sappia  prendere decisioni forti e che abbia un carisma e una forza di calamitare grossi consensi che sia anche il pallido ricordo di quella che aveva Berlusconi. Così ecco che spunta prima Marchini, poi Bertolaso, poi Storace, e adesso anche la Meloni, che comunque dei quattro senza dubbio è la meno peggio. Destra che tra l’altro non perde il vizio di presentare gli impresentabili; palazzinari della risma di Marchini, o gente tipo Bertolaso o Storace, che puntuale come l’herpes a ogni elezione riesce fuori. Ma il dato è che il grande fiume che era una volta il centrodestra berlusconiano, capace di tenere sotto il suo ombrello liberali, ex missini, indipendentisti padani ora è inevitabilmente frammentata in tanti piccoli ruscelli, che della forza originaria del fiume non hanno più niente.

A ben vedere la sinistra sta seguendo lo stesso cammino evolutivo della destra, e adesso sta semplicemente vivendo la fase in cui era quest’ultima fino a poco tempo fa. Sta infatti attraversando ora il suo momento “berlusconiano”, del grande padrone centrale che fa del partito e della coalizione i suoi feudi e che punta tutto sul suo carisma e sul suo fascino personali. La differenza è che forse Berlusconi poggiava su basi più solide, o forse era semplicemente più bravo di Renzi, e la sua aura arrivava fin dentro le aule dei consigli comunali. Renzi in questo non ce la fa. Il consenso lo riesce a calamitare a livello nazionale, ma poi si ferma. A livello locale non convince, e se riesce ad affermarsi è grazie al suddetto smembramento della destra, che gli dà gioco facile. Ma in sé per sé attacca poco. E infatti a Roma abbiamo un Giachetti che sa tanto di jolly, poco convinto e poco convincente, che non sa né di carne né di pesce, costretto a portare la bandiera di un PD che a Roma con Mafia Capitale ha davvero perso la faccia, e timoroso di perderla anch’egli, dopo la triste fine di Ignazio Marino.

In questa situazione alquanto desolante si inserisce il M5S, che sconta un po’il fatto di non essere stato in grado di portare a Roma una figura forte, un po’la sensazione diffusa che da esso in questi anni ci si aspettasse qualcosa di più, e quindi anche esso non sembra convincere troppo. Ma vista la parabola ancora breve del movimento, vista quindi la fiducia che soprattutto in un momento simile molti potrebbero decidere di dargli dopo le porcate di Mafia Capitale, ma visto ancor di più il panorama di disfacimento della destra e di fiacchezza della sinistra, chissà se anche in tutta questa storia tra i due litiganti il terzo non sia alla fine quello che gode.