“Se questa è democrazia” è il titolo apparso nella prima pagina del Fatto Quotidiano, giornale che- non a caso- si è fatto promotore della pubblicazione di una serie di intercettazioni politiche che la nuova legge Bavaglio, prevista nelle legge delega approvata dalla Camera, vorrebbe censurare. In realtà la nuova legge, in virtù dell’emendamento firmato da Walter Verini (Pd), ha lo scopo di impedire la pubblicazioni di atti e intercettazioni audio come quella riportata (in parte) dallo stesso giornale intorno al caso De Girolamo. Uno dei tanti casi che testimoniano la totale perdita di prestigio della politica attuale italiana e non solo; emblema di una “macchina democratica” che lavora intorno ad interessi, numeri, compromessi e finte quanto anacronistiche ideologie. Se questa è una democrazia, dovrebbero chiederselo un po’ tutti gli italiani, piuttosto che cadere nella trappola dell’accettazione passiva e della lamentela da bar sport.

L’intercettazione cui facciamo riferimento non ha certamente nulla da invidiare a casi ben più eclatanti, rimasti poi carta straccia nelle sole aule dei Tribunali; eppure ci testimonia in che modo in Italia perfino i servizi pubblici essenziali diventano strumento di “sopravvivenza” politica, numeri, consensi. Il tutto giocato sul bisogno delle masse, sul ricatto del lavoro e sullo sfruttamento della disoccupazione (badate bene, perché ci tengono sempre in questo stato di precarietà?). Il caso riguarda lo spostamento di una sede Saut- acronimo che sta per Servizi di Assistenza ed Urgenza Territoriale- dalla zona di Benevento a Fortore. Questo perché a Benevento vi sono già due Saut mentre ne basterebbe uno solo per coprire la stessa zona.

Nell’intercettazione trapela però la preoccupazione di Nunzia De Girolamo (ex Ncd, oggi Fi) e del manager dell’Asl, Michele Rossi- dalla stessa inserito in tale incarico- di “perdere 3 mila voti” nel beneventano. Ciò sta a significare, ed è abbastanza chiaro, che la politica oggi regola qualsiasi ramo della società. Lo fa per sopravvivere, per raccattare voti, consensi, appagare interessi individuali che un tempo avrebbero avuto poca vita. Ma erano gli anni delle ideologie, delle lotte di classe, di quella dittatura che paradossalmente costruì molte di quelle cose che oggi, in nome della crisi e dell’austerità, l’attuale democrazia tende a distruggere, a sacrificare. Il tutto nel silenzio, nella tolleranza, nella totale passività delle masse distratte dai modelli televisivi, dai “diritti civili”, dal consumismo sfrenato. Ma perché non ci ribelliamo più? Perché, nonostante i continui attacchi alla Costituzione o ai nostri più importanti diritti, crediamo ancora di vivere in un sistema democratico?

Quando Pier Paolo Pasolini in “Scritti Corsari” descriveva preoccupato l’immagine di quei due giovanotti dai capelli lunghi- incontrati per caso nella hall di un Hotel a Praga- cercando di scorgere l’ars retorica della loro silenziosa protesta, sapeva già che la stessa sarebbe poi stata assorbita da una omologazione di massa senza precedenti. Se una sottocultura di destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di sinistra, allora la fine della ideologie è il presupposto per lasciare spazio ad un “edonismo consumistico” ben più pericoloso della dittatura fascista che l’Italia si lasciava alle spalle. Un edonismo che abbraccia il modo di vivere, la cultura, la società e che non risparmia nemmeno la politica.

Ciò che è sbagliato però è parlare di “fascismo” in relazione alle attuali politiche di Governo. Semmai sarebbe più adatto parlare di “nuovo fascismo” in termini pasoliniani. Nelle dittature e nei regimi totalitari, infatti, il popolo non poteva che avere come unico riferimento il “dittatore”, colui che deteneva il potere e le relative responsabilità (La storia ci ricorda anche le rivolte delle masse contro gli stessi). Oggi, le responsabilità sono comuni, sono di tutti i firmatari di un accordo ma di nessuno nello stesso momento. Le masse, i cittadini perdono la concezione del nemico comune, un nemico che si fa sempre più frastagliato, confuso, indefinibile e non identificabile. L’acculturazione imposta dal nuovo regime e dall’edonismo consumistico, crea nella società una sorte di ansia nevrotica che diventa stato d’animo collettivo.

In questo terreno, appare abbastanza facile per il Governo mascherare (ad esempio) i recenti fatti delle proteste dei lavoratori al Colosseo per uno “sfregio alla cultura”. La notizia, il caso mediatico, creano psicologicamente il pretesto sociale e politico per intervenire a favore di una restrizione del già precario diritto allo sciopero, alla protesta. Il governo “democratico”, sfruttando così il caso nazionale, avrà dunque la strada spianata per inserire- tra i servizi pubblici essenziali che la legge 146 prevede non possano essere intaccati dallo sciopero- anche la fruizione dei beni culturali, equiparando così l’assistenza ospedaliera all’ingresso di un turista al Colosseo. Il tutto mentre parliamo ancora di democrazia e continuiamo a votare Partito Democratico.