Per il ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, il boicottaggio delle prove Invalsi da parte di almeno il 20% degli studenti in tutta Italia è stato “un fatto molto grave”, una strumentalizzazione nei confronti dello stesso Governo. Ma la protesta questa volta non ha mobilitato solamente gli studenti: a protestare, attivamente o passivamente, sono stati anche numerosi professori che ormai da mesi si oppongono alla riforma della “buona scuola” voluta da Renzi. Tra i punti maggiormente discussi e criticati, non solo il trattamento privilegiato nei confronti delle scuole private ma anche e soprattutto i nuovi “poteri” – così già denominati dall’opinione pubblica– del preside scolastico nei confronti degli stessi docenti che adesso perdono i famosi “scatti di anzianità”. Nonostante questi e molti altri punti di una scuola denominata “buona” ma che non convince buona parte degli italiani, resta da capire le motivazioni che hanno spinto migliaia di studenti a boicottare, con striscioni e manifestazioni di piazza, delle prove che, in realtà, dovrebbero servire a valutare il sistema educativo di istruzione e di formazione nelle scuole di tutta Italia.

Tra i promotori della protesta e del boicottaggio delle prove Invalsi in diverse città d’Italia, vi è l’Unione degli studenti (Uds), coordinata a livello nazionale da Danilo Lampis, il quale ci ha spiegato le motivazioni che stanno alla base dello stesso boicottaggio.

“Riteniamo che uno dei punti centrali sia l’anti-democraticità, dato che su questo argomento non c’è stata e non c’è nessuna apertura da parte del Governo. Il boicottaggio diventa la misura necessaria nel momento in cui non vi è ascolto dall’altra parte che impone un sistema di valutazione contenente tante pecche. Già in altri Paesi sono stati criticati questi tipi di test proprio perché non riescono a rintracciare i contesti in difficoltà ma, essendo uguali per tutti, vanno soltanto a fotografare delle situazioni già esistenti. Ovvero che la scuola italiana è lo specchio del Paese e delle stesse differenze che intercorrono tra le sue stesse Regioni. Fare delle prove uguali per tutti e per indirizzi diversi, svilisce non soltanto la funzione del docente ma accresce ulteriormente le disuguaglianze dato che, secondo le disposizioni del Miur, saranno messe a disposizione delle scuole delle risorse a seconda di quanto siano rispettati i parametri degli invalsi all’interno del piano triennale di miglioramento. E’ una discriminazione negativa”.

Cosa contestate principalmente delle prove Invalsi?

“Non si contesta solo il metodo ma il modo in cui sono strutturate queste prove. Queste non tengono conto pienamente di quello che si è fatto nell’anno scolastico ma richiedono livelli di competenze e nozioni che risultano quasi fuori dal mondo, non perché difficili ma perché fuori dal pogramma studiato durante l’anno. Il governo si riempie tanto la bocca di autonomia scolastica, ma è proprio questa che viene danneggiata da tali prove perché, essendo queste uguali per tutti, spingono la didattica ad adeguarsi a questo schema per il superamento delle prove. E’ una cosa preoccupante.  Le prove invalsi non sono prove oggettive. Sono legate al Miur, quindi al Governo e ad una sua precisa missione politica. Al contrario, queste dovrebbero essere slegate dal Governo, così come dovrebbe essere rivalutata la valutazione sulla base di parametri diversi, una valutazione che sia campionaria e non censuaria come attualmente è. Censuaria perché serve a distribuire delle risorse sulla base della qualità delle prestazioni svolte, un po’ come in un’azienda”.

Al di là della protesta, quali soluzioni proponete al Governo?

“Queste prove chiedono un livello didattico nozionistico. Mentre dovrebbero essere innanzitutto precedute da ricerche direttamente eseguite sul territorio e che possano tenere conto di diversi criteri come quello della dispersione scolastica a livello di povertà educativa o il livello di povertà economica, dato che anche questi incidono sulla formazione degli studenti. Occorre una valutazione che sia maggiormente narrativa e che tenga conto del dialogo tra i diversi componenti, tra docenti e alunni. Ovviamente servirebbe, per fare ciò, anche rafforzare la formazione obbligatoria ai docenti in modo tale che si rinnovino continuamente in termini di strumenti didattici e garantire ai docenti lo sblocco del contratto che molti hanno fermo da sette anni, nonostante abbiano gli stipendi più bassi d’Europa”.

Diciamo anche che l’esigenza attuale è forse quella di sfornare menti facilmente appetibili alle logiche di mercato.. Il “metodo delle crocette”, l’indebolimento delle materia umanistiche a favore di quelle matematiche, l’estensione del “modello aziendale” alla scuola pubblica, sono forse fattori strettamente collegati?

“E’ tutto collegato. Gli invalsi è quel modello del test istantaneo che ti dice se sei bravo o se sei un asino, che ti scheda senza guardare in fondo. Oggi la strategia è quella di indebolire le materie umanistiche proprio perché non sono immediatamente spendibili. La disoccupazione non si abbatte rendendo gli studenti più docili e già pronti al lavoro. Il problema dunque non è un problema di domanda, perché la nostra generazione è disposta a tutto pur di lavorare, ma è un problema di offerta non adeguata al livello di competenze maturate nel corso degli anni di studio. Le strade imposte sono due: o te ne vai oppure fai un percorso di apprendistato fin dai 16 anni così provi a trovare un lavoro precario, dato che ormai la stessa riforma del lavoro (job’s act) sembra essere l’ultimo grimaldello offerto alle imprese per precarizzare ulteriormente la forza-lavoro, senza alcun aumento degli stipendi o dei diritti dei lavoratori. Certamente il percorso di alternanza scuola-lavoro va migliorato finanziando percorsi di didattica laboratoriali ad esempio, ma non è la scuola il problema di tutto ciò. Il problema è nel mercato del lavoro che oggi richiede basse competenze mentre il tessuto imprenditoriale italiano non investe in ricerca e sviluppo o nella formazione dei propri dipendenti, ma sta soltanto pensando a ridurre gli orari di lavoro, le pause, i salari, per competere al ribasso come tutti gli altri Paesi dell’Europa o del mondo che riescono a vincere sull’assenza dei diritti degli stessi lavoratori. Se questa è civiltà, allora penso che il nostro Paese stia realmente andando a rotoli”.