Galeotto fu quel 41 percento alle Europee. Risultato inusitato per la compatta ma storicamente minoritaria sinistra del Paese, convinse Matteo Renzi dell’eccezionalità della propria figura. Interpretò l’evento in due modi: da un lato come legittimazione di sé stesso, capace di compattare un consenso massivo in un popolo bisognoso più di speranza che di paura; dall’altro lo convinse di essere sulla strada giusta nel suo intento di tracciare una “via maggioritaria” per il Partito Democratico. Si parlò spesso di Partito della Nazione, una sorta di nuova Dc spostata a sinistra, perlomeno sul fronte del progressismo civile, sulla falsariga dei Democratici americani. Oggi si parla piuttosto del Partito della Nazione che non c’è. A due anni da quella tornata elettorale, il consenso per il premier del dinamismo e della narrazione è in continuo calo, e rischia di riportare il Pd a valori elettorali più consoni col suo vissuto.

Se è vero, come ha affermato lo stesso Renzi, che un voto locale non è un voto nazionale, è altrettanto vero che alcune indicazioni si possono cogliere. La prima è piuttosto evidente: la polarizzazione ad personam del dibattito politico ha funzionato. Oggi si vota per Renzi o contro di lui (e ciò che rappresenta). Peccato che, sempre stando alle amministrative, siano molti di più i voti contro. L’ordine tripolare instauratosi nel 2013 non accenna infatti a mutare, nonostante le ventennali spinte verso un bipolarismo di estrazione anglosassone. Emerge piuttosto una convergenza tra centro-dx e m5s nel votare contro il partito di governo. L’odio che gli orfani di Berlusconi e i figli di Salvini nutrono per la parte sinistra del Paese è piuttosto radicato e viene confermato dall’analisi dei flussi elettorali. A Torino il travaso è stato pressoché totale, lasciando Fassino al palo, con praticamente gli stessi voti del primo turno. Roma era un caso particolare, ma la vittoria della Raggi, attesa e schiacciante, ha confermato lo stesso trend. E’ meno forte la correlazione opposta: nei comuni in cui al ballottaggio è andato il centro-dx ha spesso vinto il centro-sx, seppur di poco. Se gli elettori di Salvini non hanno problemi a votare i pentastellati pur di fare un torto all’altro Matteo, è meno netta la tendenza dei grillini a far fronte comune. Tendenza che comunque, in realtà, c’è, visto che a Bologna la leghista Borgonzoni dopo aver strappato un insperato ballottaggio al sindaco uscente Merola, ha visto un flusso giallo colmare parte del notevole gap. Non abbastanza da vincere, ma sufficiente da venir considerato.

Inizia dunque a vacillare il poker di convinzioni del Premier riportate dalla Stampa alcuni giorni fa. Quattro punti a sostegno dell’Italicum, che palesano uno dei soliti limiti della politica italiana: legiferare in base alla contingenza, rinunciando a qualunque concessione agli assoluti. Il primo e il secondo punto sono tentativi di ridurre all’impotenza le “stampelle” degli ultimi anni. Convincere minoranza dem e Ncd che non c’è vita al di fuori del partito maggioritario con una legge elettorale che scoraggia le scissioni. Terzo e quarto punto riguardano invece gli avversari. Il centro-dx per vincere deve stare insieme ma è diviso ideologicamente, col “blocco lepenista” che faticherebbe a digerire la riproposizione dell’alleanza con Berlusconi. Il problema per l’alternativa classica è evidente: se vanno divisi mandano al ballottaggio i grillini, se ci vanno insieme perdono al ballottaggio. O forse no? Qui la narrazione renziana comincia a fare i conti con la realtà. Le vittorie di misura a Milano e Bologna non lo mettono al riparo da possibili cambi di vento. Il rischio maggiore arriva però dal quarto punto: Renzi è convinto che al ballottaggio andrà un centro destra compattato, capace di passare in volata il Movimento 5 Stelle. E se non dovesse avvenire? Se il centro destra non si unisce o se comunque arrivano secondi i grillini, l’azzardo diventa sconfitta certa. Il Movimento ha vinto diciannove dei venti ballottaggi a cui ha partecipato, e non è una novità, visto che Parma e Livorno sono arrivate nello stesso modo.

Alla luce di ciò, si aprono le prime crepe nella granitica solidità dell’Italicum. Il Corriere ha riportato alcuni spifferi, secondo i quali il Premier potrebbe essere tentato di lasciar cambiare la legge da qualcuno che non porti il suo nome. Renzi stesso qualche giorno fa, a RepIdee, in un dibattito con Scalfari, si è lasciato sfuggire un: “non sono innamorato della legge elettorale”. Sono prove di marcia indietro?

Quel che appare certo, col tasso di certezza che possono avere le speculazioni politiche, è che non sarà il primo turno a determinare il Governo. Il Partito della Nazione appare sempre più in contrazione verso quella che è sempre stata la dimensione storica della sinistra in Italia, il 30 percento nazionale con le roccaforti rosse come base territoriali. Nonostante Renzi e il suo centrismo manifesto. L’altra certezza è che le forze anti-sistema hanno un peso considerevole, che sia un’opposizione di destra importata sulla falsariga delle Le Pen o un prodotto autoctono come il Movimento 5 Stelle. Quale delle due arrivi all’ipotetico ballottaggio non è dato sapere, ma se una ha quantomeno la possibilità di vincerlo, l’altra ne ha una ragionevole certezza.

Ci troviamo così di fronte ad un ulteriore paradosso. Sono proprio le forze che si sono schierate contro l’Italicum e la connessa riforma costituzionale quelle che rischiano di beneficiarne maggiormente. Il referendum di ottobre sarà un banco di prova importante. Come voluto dallo stesso Renzi, che ha l’ottima abitudine di scommettere su sé stesso e la pessima di perdere puntualmente la scommessa, sarà un referendum sul premier stesso. Dovesse passare ne uscirebbe rafforzato nel breve, rischiando però di aver solo posticipato quella morte politica che lui stesso ha paventato in caso di vittoria del no. Il gioco delle tre carte è lungi dall’esser finito, ma vede il saltimbanco arrancare.