Bernardo Provenzano è stato il trait d’union di due mondi. La mafia viscerale, spocchiosa, spadroneggiante, da una parte, e quella «sommersa», affaristica, invisibile (per scelta), dall’altra. La Mafia dei Luciano Liggio, degli Stefano Bontate, dei Tommaso Buscetta, e quella latitante, braccata e che non spara e non schiaccia bottoni – nata nel giorno dell’arresto dell’amico di una vita, Totò Riina, û curtu o La Belva. La Mafia che ammazza Mauro De Mauro (giornalista), Peppino Impastato (attivista), Boris Giuliano (capo squadra mobile Palermo), Gaetano Costa (procuratore capo di Palermo), Mario D’Aleo (capitano carabinieri), Emanuele Piazza (agente di polizia sciolto nell’acido), Pino Puglisi (sacerdote); e quella più furba, visionaria e riservata. Che non esiste perché evita di farsi condannare a favor di telecamera da una Nazione indignata a intermittenza.

Bernardo Provenzano aveva due anime. La prima si manifestò nella Strage di viale Lazio del 10 dicembre 1969, dove – secondo il pentito Antonino Calderone – gli fu affibbiato definitivamente il nomignolo di û tratturi per «le sue capacità omicide (…) nel senso che egli tratturava tutto e da dove passava lui non cresceva più l’erba». Il Boss Michele Cavataio, quella volta, colpevole di aver scatenato una guerra tra famiglie, fini col cranio fracassato dal calcio di una Beretta MAB 38, prima di ricevere un ulteriore colpo alla testa: per sicurezza. La seconda, invece, emerse quando la cricca del Corleonesi cominciava a perdere la testa, esagerando con la guerra allo Stato. Tra il 1992 e il 1993 erano morti in troppi, con troppo clamore, e bisognava cambiare strategia. Bisognava avviare la mutazione antropologica di Cosa Nostra. Bernardo se ne fece interprete: fu lui a portare a compimento la trattativa (presunta, pretesa o cosiddetta) dopo la drastica virata con l’arresto di Riina nel gennaio ’93, per poi instaurare, di nuovo, la «Pax Mafiosa». Da lì in avanti divenne il Ragioniere, pronto a collaborare con chiunque avesse assicurato prosperità alla cosche e avverso all’uso sensazionalistico e gangsteristico della forza. L’uomo che firmava i pizzini concludendo, sempre e comunque, con «Vi benedica il Signore e vi protegga».

Bernardo Provenzano dovrà essere ricordato per l’arresto, avvenuto l’11 aprile del 2006 – all’indomani delle elezioni – in un casolare di campagna, una masseria non lontano da Corleone, quando ormai era malato e il suo potere andava scemando poco a poco. Ma soprattutto per il mancato arresto tra l’ottobre ’95 e l’aprile del ’96, periodo in cui secondo il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, in rapporto di confidenza con il colonnello dei Ros Michele Riccio, Zio Binnu «gravitava attorno a Mezzojuso» (comune di 3000 abitanti, vicino Palermo). «Fosse stato per me – disse poi Riccio –avrei organizzato un’irruzione entro 15 giorni». A decidere, però, non stava a lui, ma al colonnello Mario Mori: che non fece niente e non organizzò il Blitz. Portato alla sbarra in Tribunale, Mori è stato assolto in primo e secondo grado (2013 e 2016) perché «il fatto non costituisce reato» : e non perché non sussiste. In ogni caso, comunque, Ilardo sarà ucciso, beccato a fare il doppio gioco, il 10 maggio 1996, mentre il numero uno di Cosa Nostra se ne rimarrà libero per altri 10 anni.

Bernardo Provenzano resterà l’uomo dei 43 anni di latitanza, dei 20 ergastoli (in contumacia o da detenuto), dei viaggi per curarsi a Marsiglia, tra 2003 e 2005, senza che nessuno se ne accorgesse, del do ut des con la politica, del riciclaggio, degli appalti truccati, dell’evasione stellare, degli 11 arresti, l’altro giorno, per aver messo le mani sul quel gioiellino di Renzi&Co qual è stato l’Expo di Milano. La Mafia del XXI secolo, infatti, è figlia di quest’uomo qui: una bestia che in vecchiaia si era rivestita da saggio ed è morta senza la forza di parlare, né l’autorità per comandare. Portandosi con sé, nella tomba, i segreti di un’Italia collusa.