Di Alessandro Procacci

Il disegno di legge numero 2994 del 27 marzo 2015 potrebbe sembrare, a prima vista, un normale piano normativo: ma cosa cambierebbe se questo piano si chiamasse “buona scuola” e se, di buono, non avesse proprio nulla?  Il progetto legislativo “buona scuola” è passato sotto silenzio mediatico ma chi si occupa, per professione e per passione, dell’istruzione ha espresso pareri negativi poiché si è sentito “usato”, posto alla stregua di un impiegato di una qualsiasi azienda. Se si analizza suddetto disegno di legge si nota che all’articolo 2 si dice testualmente:

 “Le istituzioni scolastiche effettuano le proprie scelte in merito agli insegnamenti e alle attività curriculari, extracurriculari, educative e organizzative e individuano il fabbisogno di risorse umane e strumentali ” (art. 2 comma 2)

 “Le istituzioni scolastiche individuano il proprio fabbisogno di posti dell’organico dell’autonomia […] ” (art. 2 comma 3)

 “Il dirigente scolastico elabora il piano triennale sentiti il collegio dei docenti e il consiglio d’istituto e con il coinvolgimento eventuale dei principali attori […]” (art. 2 comma 9)

 Ovvero la discrezionalità di cui disporranno i dirigenti scolastici nel costituire dei piani di formazione degli studenti sarà un qualcosa di mai visto prima. Ciò può rivelarsi un’arma a doppio taglio, soprattutto se la uniamo con il terzo comma del medesimo articolo, il quale conferisce ai dirigenti scolastici il potere di “creare posti di lavoro”, e con il comma 11 che permette che il direttore “scelga il personale da assegnare ai posti“. Questo non è un progetto di riforma, è un incubo! Le conseguenze sono piuttosto pesanti: si immagini una scuola pubblica gestita come una azienda privata e un dirigente che è, in tutto e per tutto, un datore di lavoro su modello americano in grado, cioè, di assumere e licenziare e si sta marciando verso una gestione della scuola pubblica in modo privato e aziendale.

Compreso che, se questo disegno dovesse essere convertito in legge renderebbe precari, con contratti di tre anni dovuti ai piani triennali che i presidi presenteranno, tutti i professori ed insegnanti (anche quelli che attualmente non lo sono), non bisogna dimenticarsi di un’altra importante ripercussione: la qualità e il livello del personale assunto. È evidente che il clientelismo, di cui gli italiani sono vittime (o complici), dalla notte dei tempi avrà una corsia preferenziale di accesso anche nella scuola pubblica e potrà, così, sostituire professori bravi o che hanno ottenuto ottimi punteggi nei concorsi pubblici con lecchini, lecchine, concubini e concubine del direttore, pescati direttamente dagli albi territoriali (art.6). Qualcuno pensa che sia finita qui? C’è molto altro!

L’articolo seguente apre alla possibilità dell’ingresso del settore privato nella scuola pubblica nella forma di sponsorizzazioni per “una valorizzazione del merito scolastico e dei talenti” (art. 3 comma 2 ddl 2994/2015) e questi investitori privati cosa vorranno in cambio se non della manodopera a costo basso o addirittura gratuita? Per dirlo con le parole del Ministro del lavoro Poletti, “gli stage lavorativi possano essere fatti anche d’estate, se è una scelta volontaria”. Pur rispondendo al ministro Poletti con una frase della nota cantante Fiorella Mannoia “A fare volontariato vacci tu, il lavoro si paga”, bisogna riconoscere qualcosa di positivo in questa riforma; per esempio l’articolo 10. Questa parte del disegno di legge attribuisce ad ogni docente una sorta di “buono spesa” nominale di 500 euro all’anno, utilizzabile per comperare materiali e servizi utili all’integrazione dell’insegnamento. Questo micro risvolto positivo non giustifica il resto della normativa e l’aura di silenzio che la avvolge. Tutto resta un brutto sogno degenerante in incubo se si pensa che la scuola continuerà a chiamarsi pubblica seppure gestita da presidi che, comportandosi da magnati privati, giocheranno a fare gli imprenditori.