La madre non esiste. Non c’è. È bastata un’ordinanza della Corte d’Appello di Trento per sconvolgere la legge dello stato e crearne una particolare e personale, tagliata e cucita su misura per due uomini che si sono entrambi visti riconoscere la paternità su due gemelli nati da parto con utero in affitto. La vicenda ha avuto inizio nel 2009, quando i due “padri”, recatisi in Canada, hanno reperito una donna donatrice di ovuli, i quali, una volta fecondati dal padre biologico, sono stati impiantati nella cosiddetta “madre surrogata”, la locatrice del proprio utero, che come in ogni locazione, o affitto, che si rispetti ha portato a termine la gravidanza dietro un lauto compenso in denaro. Dopo aver tolto alla donna i due gemelli nati dalla gravidanza, i due uomini hanno ottenuto con due provvedimenti giudiziali delle Superior Court of Justice dapprima la negazione della genitorialità della gestante, e il riconoscimento di un unico genitore nella persona del padre biologico, e in un secondo momento l’estensione della paternità anche al compagno del padre biologico. Tutto questo in Canada, e nel rispetto delle leggi canadesi, che ammettono la pratica dell’utero in affitto e quella del riconoscimento di genitorialità anche al compagno/compagna del genitore biologico.

Arrivati in Italia, scartoffie canadesi alla mano, i due uomini hanno chiesto allo stato civile di Trento la trascrizione del documento attestante la doppia paternità, che ovviamente è stata negata poiché contraria alle leggi del nostro Stato. Non contenti, hanno così deciso di ricorrere in appello. Si arriva così a una decina di giorni fa, il 23 febbraio, quando la Corte d’Appello di Trento ha riconosciuto efficacia giuridica:

“Al provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra due minori nati grazie alla gestazione per altri e il loro padre non genetico”.

Tale pronuncia è stata definita da alcuni come un qualcosa di storico, un grande passo verso il riconoscimento del diritto di genitorialità a tutte le coppie dello stesso sesso. Eppure essa appare molto criticabile e deprecabile, fondamentalmente da due punti di vista, uno etico, l’altro giuridico. Dal punto di vista etico la sentenza dei giudici di Trento risulta come una legittimazione, un incentivo, un avallo della pratica dell’utero in affitto, illegale e considerata reato nel nostro Paese. Tale sentenza si pone come una motivazione in più che spingerà altre coppie italiane a recarsi all’estero e lì comprare il loro bambino come si può comprare un comodino o una poltrona, strappandolo alla donna che l’ha portato in grembo per nove mesi dietro un generoso emolumento in denaro. Coppie, queste, spinte dall’arrogante convinzione che avere un figlio sia un diritto, legittimate nella loro idea da un dibattito pubblico che negli ultimi anni non ha fatto altro che censurare qualsiasi opinione contraria o critica riguardo argomenti come quello della maternità surrogata, coppie che riescono a portare l’istinto paterno e materno oltre i limiti dell’amore, fino a farlo diventare un mero capriccio egoistico, quasi che un figlio sia un oggetto di possesso di cui fregiarsi alla pari di una bella macchina.

Delle implicazioni etiche della partica dell’utero in affitto a ogni modo se ne sono dette tante, tuttavia in questa particolare situazione ci preme focalizzare maggiormente l’attenzione sul lato giuridico della faccenda. Sotto questa lente di ingrandimento ci domandiamo infatti con quale autorità un giudice d’appello possa arrogarsi il diritto di emettere un’ordinanza il cui contenuto contrasti e contraddica le leggi dello Stato, assumendo un ruolo creativo di diritto che non gli appartiene. Non a caso l’ufficiale dello stato civile di Trento si era rifiutato di trascrivere il documento canadese, poiché per le nostre leggi i genitori di un bambino devono essere di sesso opposto. La possibilità di doppia paternità/maternità è tra l’altro esplicitamente esclusa proprio dalla legge Cirinnà sulle unioni civili, dalla quale, in fase di approvazione, sono state appositamente stralciate le disposizioni sull’adozione del figlio altrui (o per dirla più cool, stepchild adoption). Il provvedimento giuridico preso dalle autorità canadesi infatti “è contrario all’ordine pubblico”, e come tale non può essere recepito nel nostro ordinamento, come dichiarato dallo stesso sostituto procuratore di Trento dottor Fontana, che in un’intervista a La Stampa ha dichiarato di star già preparando un ricorso in Cassazione contro la pronuncia della Corte d’Appello trentina. Eppure nessuno a parte il dottor Fontana ha avuto nulla da obiettare alla pronuncia di pochi giorni fa.

Ufficialmente la motivazione dei giudici di Alt’Italia sarebbe quella di aver anteposto a tutto l’interesse dei due minori. Eppure tale interesse sarebbe risultato tutelato anche senza l’intervento della Corte d’Appello, dal momento che la paternità del genitore biologico era già stata legittimamente riconosciuta. O forse, secondo il ragionamento dei giudici trentini, che ritengono insufficiente una singola paternità per tutelare l’interesse di un minore, sarebbe necessaria una riattribuzione di genitorialità in tutti quei casi di coppie eterosessuali in cui un genitore biologico viene a mancare e il superstite contrae nuovamente matrimonio? Una volta si diceva patrigno, o matrigna, ma è chiaro che per il politicamente corretto dei nostri giorni tale parola risulti assolutamente inconcepibile e impronunciabile. E che dire dei casi ancora più contorti di genitori divorziati in cui quello presso il quale risiede il minore convola a nuove nozze? Chi sarebbe il secondo genitore a quel punto? È chiaro dunque quanto la decisione dei giudici trentini sia permeata di ideologia più che di interesse per il minore, al punto da non aver essi ritenuto sufficiente una singola genitorialità che, come si è visto, non desta alcun allarmismo in una moltitudine di casi. E poi, proseguendo nello stesso solco dei giudici trentini, se un bambino può avere due padri di cui uno non biologico, allora perché non tre, o quattro? O due padri e una madre? Cosa ci sarebbe contro l’idea di fare un figlio in società con i propri amici? D’altronde i giudici di Trento hanno detto che i figli sono di chi li cresce, quindi se li si cresce in quattro è logico e giusto che abbiano quattro padri, o un padre e tre madri, e tutte le combinazioni possibili.

Dunque, appurato che nessuno voglia compromettere i superiori e inviolabili interessi dei minori, chi è che attribuisce a un giudice il potere di inventarsi le leggi e stabilire che questi interessi consistano nell’avere due, tre o quattro padri e madri? Glielo attribuiscono l’opinione pubblica e il pensiero unico dominante, il progressismo, la tolleranza, l’apertura mentale e tante altre belle parole. Un pensiero unico e un’opinione pubblica indottrinata che non battono ciglio davanti a un palese aggiramento della legge. Ed è così che, in un sempre più assoluto relativismo ogni desiderio diventa possibile, ogni voglia diventa lecita, ogni capriccio diventa diritto, non esistono più norme universali valide per tutti, e ognuno può servirsi da sé piegando leggi e prescrizioni alla propria personale necessità, perché l’unica cosa che importa è che ogni capriccio venga accontentato. Fortunatamente ogni tanto c’è un sostituto procuratore che decide di ricorrere in Cassazione.