Berlusconi sta alla politica italiana come Bruno Vespa sta alla Rai: c’è sempre, nel bene e nel male. Meglio: pluriprescritto, condannato, screditato, denigrato e acciaccato (con il recente intervento al cuore) riesce di nuovo a scavare le fosse per le trincee parlamentari. Un colpo di coda inatteso, con il quale sembrerebbe uscire vittorioso, mentre gli altri si azzannano. La questione è sul processo Ruby Ter, quello delle “Olgettine”: chiamate così da via Olgettina 65, Milano 2, appartamento da dove le avvenenti ragazze partivano per serate speciali con personaggi speciali. Direzione: il villone di Arcore. La nuova bega giudiziaria a carico di Silvio nasce, com’è ovvio, dal caso Ruby, per cui il Cav fu portato alla sbarra con l’accusa di concussione e prostituzione minorile. Salvo poi essere assolto definitivamente il 10 marzo del 2015. Stavolta il reato contestato è diverso: corruzione in atti giudiziari. L’aitante giovanotto avrebbe pagato oltre 10 milioni di euro per il silenzio o la reticenza della marocchina e delle altre, passate dalle feste hard di Arcore al banco dei testimoni.

Ed ecco il fattaccio: il Senato a voto segreto ha salvato B. dall’uso di 11 intercettazioni con le “Olgettine” (si fatica a ripeterlo) risalenti all’aprile 2012. Per il gip Stefania Donadeo, d’accordo con i Pm di turno (Tiziana Siciliano e Luca Gaglio), quelle telefonate «appaiono rilevanti» e infatti il 3 ottobre prossimo, all’udienza preliminare, si pensava di poterle utilizzare nei confronti dell’ex-Presidente e di altre 23 soggetti accusati, per sancire o meno un rinvio a giudizio. Invece, non se ne farà nulla. Con 130 contrari, 120 a favore e 8 astenuti, Palazzo Madama ha deciso. Stravolgendo la decisione della giunta sull’immunità parlamentare a favore – lo scorso 26 aprile – dell’utilizzo delle famigerate intercettazioni tra B. e le belle Iris Berardi e Barbara Guerra. Subito si è scatenata la bagarre dei numeri e aperto il teatrino del giorno. Gli assenti potrebbero aver pesato: 17 del Pd, 11 del Movimento, 3 di Fi, 1 di Ala, 9 di Ncd, 9 delle Autonomie, 7 del G.Misto, 2 della Lega. E fanno notare i ragionieri che la somma dei voti del Pd e del M5s fa 120, esattamente il numero di chi ha votato per l’uso delle telefonate – un numero buttato là così, per gonfiare un po’ la storia. La domanda delle domande: chi ha dato una mano – o tutte e due – a Silvio?

«Prove di alleanza in aula tra M5s e destre», tuona il senatore dem Andrea Marcucci. Poi arriva la vicesegretaria dem, Debora Serracchiani, e con la solita litania dal fatto specifico passa al contesto (e sempre con la stessa formula, incredibile): «I moralizzatori della politica italiana, quelli dello streaming, del vaffa, quando si va al sodo mostrano la vera faccia: zero scrupoli e accordi sottobanco con la destra». Di più: «Purghe interne sanzionate dai Tribunali, parentopoli accertata, partito eterodiretto da una società privata e adesso anche lo scambio di favori con i forzisti: questo il ritratto di chi si propone come unica vera alternativa». Ma siccome la Serracchiani dopo il volatafaccia sul referendum del 17 aprile per lezioncine moraleggianti non è più credibile (le provò tutte, per spirito d’avventura: passò dalle legioni ambientaliste chiedendo la svolta sulle energie rinnovabili all’avvocatura delle Lobby col partito del «Non votate, è inutile!»), interviene, focoso, Zanda, capogruppo Pd al Senato: «Certo del nostro voto, ma non di quello degli altri». Talmente certo che poi punta il dito contro il grillino Airola, presente nella lista tra chi si è espresso  – per errore –  per segretare il voto, e quindi spia del comportamento dei 5stelle. Zanda, però, si dimentica completamente di Marco Filippi, Mario Morgani, Annamaria Parente e Francesco Puglisi. Pure loro iscritti nella lista di chi non ha voluto metterci la faccia, entrati in mattinata con la tessera del Partito democratico e usciti nel pomeriggio sospesi per qualche giorno in modo da non dare argomenti alle malelingue. Tutto, finché le acque non si saranno calmate: solo allora, infatti, la Serracchiani&Co si ricorderanno dell’esistenza dei colleghi. Forse.

Grillo da suo blog, con la solita invettiva, urla: «È un inciucio che non finisce mai (…) Ora che il referendum costituzionale si avvicina il Pd salvo Silvio in cambio di un benevolo atteggiamento, suo e del suo potente impero mediatico, nei confronti della consultazione popolare». Malgrado le straripanti accuse, gli rimproverano di aver costruito a tavolino un attacco contro i dem. Il senato infatti avrebbe dovuto – nello stesso giorno – votare l’insindacabilità per alcune dichiarazioni in un comizio del 2015 fatte dal pentastellato Michele Giarrusso, che se la prendeva con Maria Greco (del Pd). L’aula poi ha votato e deciso di rinviare il voto (arrivato stamattina e contrario alle richieste di Giarrusso) ma l’appoggio dei Forzisti ai 5s, che non volevano dilungarsi e andare per le lunghe, è bastato per montare il complotto dell’alleanza sottobanco. E da qui tutte le convinzioni granitiche. Di complotto però non si è mai parlato quando la giunta per le immunità del Senato salvò Roberto Calderoli (6 febbraio 2015), dalla diffamazione con aggravante razziale per l’«orango» all’ex-Ministro per l’integrazione Kyenge: posizione contraria dei 5s, a favore quella di parte del Pd. Non se ne fa cenno neppure per l’aiuto al senatore Ncd Antonio Azzolini (29 luglio 2015) per annullare – con voto segreto – la richiesta di arresto della Procura di Trani con l’accusa di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere nell’inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza: posizione contraria dei 5s, libertà di scelta per il Pd – che fu fondamentale per l’esito finale. E nemmeno si è sollevato il problema su Luigi Cesaro, ex deputato di FI accusato di corruzione, quando la Camera ha detto no (14 luglio 2016, la settima scorsa) all’uso delle intercettazioni disponibili sul suo conto: posizione favorevole M5s e Scelta civica, contraria, e maggioritaria, quella di Pd, Si, Fi, FdI; astenuta la Lega. Tutti esponenti di centro-destra, tutti accusati dal M5S, e tutti beneficiati del voto trasversale dei compagni di banco, compresi i democratici. Nessun complotto, però.

In mano, la verità, non ce l’ha nessuno. E qualche franco tiratore, da una parte e dell’altra, c’è stato eccome. Eppure la cialtronaggine, in certi casi, è sotto gli occhi di tutti. Comunque vada, a Silvio –a dispetto delle attenzioni ricevute – non è andata poi così bene: A) perché per legge le intercettazioni inutilizzabili nei suoi confronti non saranno distrutte ma continueranno a essere disponibili nei confronti delle ragazze, così da comprovare se siano o no state corrotte per mettersi in bocca il falso B) perché proprio Barbara Guerra, insieme ad Alessandra Sorcinelli (un’altra), registrò di nascosto, il 20 giugno 2013, una sua infuocata telefonata con il Cav, ritenuta una valida prova dall’accusa, dove si diceva stanca di «essere presa per il culo!», e in cui lui accennava a onerose cifre prontamente elargite, per bontà. Le “Olgettine”, insomma, per quanto avvenenti, sono pure ingrate e maleducate. E ora spaccano addirittura in due il Senato. Chissà se Silvio, ancora arbitro della politica italiana, da tutto questo è divertito. Magari, comincia a pentirsene. E non solo lui.