La tinta – che fomenta una balorda e grottesca rissa tra l’arancio e il biondiccio – ha già vinto. Su Rubio, sulla Clinton, su Sanders, e su chiunque voglia scombinare l’harem del multimiliardario imprenditore, convertitosi ufficialmente alla devozione al politichese. I comizi lo dimostrano, il seguito lo conferma. Il successo di Donald Trump non va controbilanciato con le estenuanti cialtronerie dei candidati a lui avversi: si deve sconfessare con la profondità della conoscenza. Concetto apparentemente distante dalle credenze (o presunte tali) del facoltosissimo Donald, al quale basta un paio di battute perché l’ingenuità della sua ignoranza – dal muro messicano, sino alle frontiere ermetiche – inizi a danzare sulle soglie della banalità. Toccando, però, le giuste corde dell’elettorato statunitense.

Ed accaparrandosi le simpatie di una consistente porzione d’Europa, che ardentemente supplica l’ipotesi di un isolazionismo yankee. L’Italia auspica, e la sua anima prega per un’interruzione di quell’espansionismo che la martoria ed imprigiona da più di mezzo secolo. Nel panorama delle previsioni, le folate dello scetticismo ammassano critiche ed improperi sulla (ritoccata) effige di Trump, e pongono l’accento sui dubbi della storia: un istrione d’avanspettacolo, arricchitosi con wrestling e costruzioni, non può sterzare il timone degli eventi, navigando con una tramontana contraria. O, forse, sì. La Prima Repubblica insegna. Giulio Andreotti ancor di più. Entrambi – pur se divisi da trascorsi differenti – hanno avuto un’influenza mediatica notevole, nonostante un’ampia branca dell’opinione pubblica opposta alle loro logiche politiche.

Da un lato, Andreotti balzava dall’inquisizione per la connivenza con Cosa Nostra, alla redenzione de “Il Bagaglino”, con tanto di Pippo Franco, Leo Gullotta, ed Oreste Lionello, a lingua ben distesa. Dall’altro, Trump viene tacciato di grossolaneria, al sapore di misoginia e razzismo, senza che la sua crescita nei sondaggi subisca arresto. “Il potere logora chi non ce l’ha”: il magnate americano dalla fluorescente chioma è la manifestazione fisica dell’assunto andreottiano, secondo cui la depressione dell’irrilevanza è peggio della superbia del comando. Il Repubblicano dell’intrattenimento sazia l’appetito elettorale della demagogia a stelle e strisce, così come la (politicamente) maligna pacatezza democristiana del Divo si legittimava fra scandali, collusioni, e criminalità. Bistrattati, scongiurati, sbeffeggiati. E sempre sulla cresta dell’onda mediatica. A torto, o a ragione.