di Salvatore Ventruto

“Non lo so, perché era un mondo che io non frequentavo e non venivano a raccontare niente a me. Bisogna parlare con Signorile, secondo me ne sa”. A parlare di fronte  alla Commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro è l’ex senatore Gennaro Acquaviva, capo della segreteria politica di Bettino Craxi a metà degli  anni settanta. A lui i commissari hanno chiesto di fare chiarezza  sui possibili rapporti degli esponenti di Autonomia Operaia Franco Piperno, Lanfranco Pace e Oreste Scalzone,  fondatori della rivista Metropoli,  con le Brigate Rosse. Il tentativo però non ha sortito effetti.

Acquaviva ha “consigliato” l’audizione di Claudio Signorile, vice di Craxi nei frenetici giorni del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, col quale lo scorso  9 maggio  abbiamo provato a  ripercorrere i momenti che precedettero il ritrovamento del corpo senza vita del Presidente della Democrazia Cristiana in via Caetani.  Ore che furono inizialmente di angoscia e di speranza, poi di rassegnazione e incredulità, infine di rabbia per quello che poteva essere e non è stato. Febbrili trattative che videro direttamente impegnati Signorile, Pace e Piperno nel disperato tentativo di portare in salvo Aldo Moro. Un’operazione etichettata come “umanitaria”,  ma che ebbe contenuti squisitamente politici, con un Partito Socialista che al suo interno viveva non poche divergenze sulla condotta da tenere. È lo stesso Acquaviva a tornare sull’argomento durante la sua audizione, quando afferma che “la posizione di Craxi e dei socialisti non è unanimistica, con Pertini che è contro e Nenni che è perplesso. Tuttavia  – prosegue l’ex esponente del Psi – volevamo salvare l’uomo e le ultime tre settimane furono caratterizzate  dalla ricerca disperata e affannosa di un paio o almeno un esponente delle Brigate Rosse non macchiato di sangue, da liberare e consegnare con un atto di grazia. Il Presidente  Leone aveva la penna in mano già pronta”.

Da un lato quindi il Quirinale, pronto a fare la sua parte. Dall’altro Claudio Signorile che aveva convinto l’ala fanfaniana della Dc, l’unica a non volere la strategia della fermezza,  a pronunciare la fatidica frase che avrebbe salvato la vita di Moro: “dobbiamo prendere in seria considerazione le ragioni dell’atto umanitario”. Un passaggio però che non si verificò la sera dell’8 maggio e che fu rimandato alla mattina dopo. Qualcuno venne però a conoscenza di ciò che stava accadendo e quella maledetta  Renault 4 rossa in via Caetani divenne una delle pagine più tristi del nostro paese.

“Sugli ultimi giorni di vita di Aldo Moro occorrerebbe fare un’operazione di chiarezza, ma è impossibile a causa dei diversi filoni che si intrecciarono in quei giorni” ci disse Signorile lo scorso mese di maggio (LEGGI L’INTERVISTA). Uno di quei filoni è rappresentato dal ruolo misterioso, quasi sfuggente, di  Pace e Piperno e dai loro rapporti con alcuni pezzi di Br. Temi sui quali la commissione d’inchiesta sta convogliando le sue attenzioni nelle ultime sedute, senza però  trovare supporto da parte dei suoi interlocutori.  Lo stesso Acquaviva, pur suggerendo l’audizione di Signorile, ha liquidato la questione con un “io purtroppo ne so poco”.

Sembra quasi che nel faticoso tentativo di ricostruire la verità tutti vengano assaliti da incredibili amnesie, vuoti di memoria, dimenticanze appena si parla di Pace e Piperno.  Una condizione che sembrerebbe caratterizzare anche lo stesso Piperno, visto che in un’intervista del 2009  disse esplicitamente “mi rifiuto di ricordare se non viene fatto un provvedimento di amnistia per gli anni di piombo”.