Al decreto 12 settembre 2014, n. 133, la retorica renziana non poteva che dare un nome che racchiudesse, nella sua sinteticità e semplicità ai limiti della grettezza, della prosaicità, tutta la sua prorompente carica di novità, di freschezza e di cambiamento, radicale perché impresso dalla vitalità giovanile. Il risultato: Sblocca-Italia. A questo punto, l’ignaro cittadino italiano, con sul volto un’espressione di placida perplessità, di disorientata incertezza, paragonabile a quella del personaggio Mimmo, creato da Carlo Verdone nel film “Bianco, rosso e Verdone” mentre pronuncia una delle sue battute più celebri: “In che senso??”, nello stesso identico modo si chiede: Che sblocca? Sblocca la lenta e farraginosa burocrazia italiana dando un’accelerazione, una scossa, un impulso ai vari cantieri sparsi per il territorio nazionale, risponde con accento toscano, il renziano.

Se è quindi malizioso avanzare dei dubbi sul reale successo del proponimento, è però ben legittimo chiedersi come tutto ciò venga perseguito, quale sia il mezzo e se oltre all’apparente nobile fine, vi siano ulteriori effetti e conseguenze non menzionate perché non proprio positive. Scavando quindi in tal senso, emerge incredibilmente il sospetto che il titolo, “Sblocca-Italia”, sia volontariamente fuorviante e inesatto. Per seguire il renzismo sullo stesso, povero vocabolario di idee e parole, sarebbe stato più giusto: sblocca-cemento. Si, perché con il decreto, il cemento può tornare a scorrere come e più di prima, aumentando un ritmo di consumazione del suolo che oggi si calcola, arrotondando per difetto, in settanta ettari di terreno al giorno; una colata che non può che investire la nostra stessa Costituzione che, con una preveggenza e una chiarezza tacitiana, esplicita a tal punto da non lasciare dubbi, sembra appellarsi direttamente dal lontano passato in cui venne scritta, a chi, ieri come oggi, ha distrutto e devastato il nostro paese, derubandolo e depauperandolo del suo bene più prezioso: il territorio, il paesaggio. L’unico stupro a essere legittimato, l’unica violenza a passare sotto silenzio, gli unici delitti a essere autorizzati sono quelli contro l’ambiente. La reazione degli italiani, più in generale dell’uomo, a parte le eccezioni, all’ecocidio, al feroce e selvaggio saccheggio, è di voluta indifferenza, di deliberata e intenzionale acquiescenza, un interessato disinteresse per scrollarsi di dosso le scomode implicazioni di coscienza; il non sapere infatti solleva da qualsiasi responsabilità, tacita qualsiasi richiamo all’impegno civile, sempre che prima non intervenga l’abitudine.

Più pressanti e presenti sono invece le richieste di coloro che attraverso il cemento ne traggono profitto, delle lobby, dei poteri forti che evidentemente bisogna ancora identificare, se il premier persevera, convinto, di essergli e di averli contro, se invece, d’altra parte, una corrispondenza di amorosi sensi lo unisce a Marchionne e se, come nel caso del decreto, soddisfa e accontenta, evidentemente senza neppure saperlo, molti altri poteri forti. Perciò lo Sblocca-Italia, relativamente alla tratta ferroviaria Napoli-Bari, istituisce la figura del commissario straordinario, che coincide con l’ad delle Ferrovie dello Stato, cui sono assegnati pieni poteri decisionali, addirittura la facoltà di prendere o meno in considerazione il dissenso, anche se basato su validi motivi, per esempio la tutela dell’ambiente, perché al suo arbitrio è rimessa la decisione finale; si forma perciò una sorta di re assoluto, che può quel che vuole, chissà, forse il surrogato, il riflesso di quello che vorrebbe essere il premier, che mal sopporta l’essere contraddetto da minoranze ribelli. Lo sblocca Italia, inoltre, introduce il principio del silenzio-assenso applicato però all’ambito dei beni culturali e del paesaggio, fatto questo che, in almeno cinque sentenze, la corte costituzionale ha espressamente vietato.

La svendita del patrimonio dello Stato, dei suoi immobili, dei suoi beni, quindi dei nostri, è uno degli altri obiettivi che il decreto si pone provocando, in corrispondenza con l’aumento delle privatizzazioni, un inasprimento delle diseguaglianze sociali oltre che la preclusione a un possibile, redditizio e solido profitto a lungo termine, anziché un esiguo e precario guadagno immediato. Ma il governo sembra non averlo capito e ciò traspare anche dal testo del decreto, quando si dice “valorizzazione o alienazione”, intendendo in altre parole che alienare, ovvero svendere un bene, equivalga a valorizzarlo e la confusione o l’equiparazione o l’identificazione dei due concetti riflette o l’assurdità del pensiero che governa il decreto, o la sua intrinseca malafede. Il dubbio esistenziale fra le due alternative, dubbio che ormai si ripropone quasi quotidianamente sul teatro della vita pubblica italiana, e che sempre più spesso sembra risolversi per la seconda opzione, si ripresenta quando, nel decreto, ci si imbatte nelle misure per “sbloccare” il progetto per l’autostrada Orte-Mestre, il cui costo viene stimato, a essere ottimisti, per 10 miliardi, grande opera palesemente inutile, già bocciata dalla Corte dei Conti e che sventrerebbe numerose aree protette. E il dubbio riappare nuovamente all’art. 35 che imprime una decisiva accelerata alla costruzione di nuovi inceneritori, affermando falsamente che è necessario perché imposto dall’Europa, proprio nel momento in cui, al contrario, i paesi dell’Unione stanno superando questo modello per raggiungere il riciclaggio, il recupero dei rifiuti e mettendo fine a un sistema che si è dimostrato essere tossico e nocivo per l’uomo. A ognuno il suo: alla repubblica delle banane, il decreto sblocca-Italia.