di Fabrizio Ciannamea

Durante queste vacanze di natale Silvio Berlusconi ha ricevuto un regalo, probabilmente non proprio inaspettato. Ancora una volta gli effetti del patto del Nazareno si rendono manifesti, e stavolta più spudoratamente che mai. Infatti il 24 dicembre 2014 il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo sul fisco nel quale è spuntata una norma attraverso la quale si va ad escludere la punibilità penale di un soggetto nel caso di evasione fiscale quando l’importo delle imposte sui redditi evase “non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato”.

Incredibilmente questa norma fa proprio al caso del Cavaliere che, per il processo Mediaset, è stato condannato a scontare quattro anni di reclusione (in parte condonati) e a sei anni di ineleggibilità (ai sensi della legge Severino) per una frode fiscale di circa 7 milioni di euro, pari a circa il 2% del reddito imponibile e quindi non rientrante nelle ipotesi previste dall’attuale, ma non ancora approvato, decreto. Tuttavia, in seguito a tale Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi è stato inconcepibilmente accusato di aver promosso una legge “ad personam”, estremamente favorevole a Berlusconi ( ma non solo) come risultato di quello strano ed oscuro inciucio che è il patto del Nazareno. A tutte queste assurde insinuazioni il Premier ha risposto, assumendosi la responsabilità dell’inserimento della norma nel decreto, che “Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c’è problema: noi ci fermiamo, questa norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l’elezione del Quirinale, dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone e dimostreremo che non c’è nessun inciucio strano”.

Così se Berlusconi farà il suo dovere di bravo (ma indiretto) elettore di un democratico e indipendente Presidente della Repubblica, probabilmente il decreto in questione verrà approvato e potrà venir meno non solo l’obbligo di esecuzione della condanna ma anche l’impossibilità di candidarsi a causa della legge Severino. Ed  è  proprio questo il nodo cruciale della questione: l’ineleggibilità di Berlusconi, l’impossibilità del Cavaliere di dirigere materialmente la politica di un ormai disfattissimo centro-destra. Tale vincolo a candidarsi potrebbe quindi essere sciolto non solo dall’eventuale approvazione del decreto da parte del Parlamento, dopo la nomina del Capo dello Stato, ma soprattutto grazie all’applicazione di un fondamentale principio di civiltà giuridica previsto dall’art. 2 del codice penale secondo il quale “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato”; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.

Proprio grazie all’applicazione di queste due norme il Cavaliere potrebbe chiedere la revoca della condanna per il processo Mediaset, e anche la cessazione degli effetti penali derivanti da questa (fra tutti i 6 anni di ineleggibilità previsti dalla legge Severino),  potendo di fatto ritornare ad essere parte di quel grandissimo inciucio che è il Parlamento Italiano, occupandosi di ciò che è rimasto ormai del suo partito. Insomma, ancora una volta l’Italia si trova ad essere non solo “ serva” ma soprattutto “bordello”, centro di quel grandissimo e folcloristico teatrino della politica che la rende non solo quotidianamente assoggettata agli interessi stranieri ma soprattutto dilaniata da quelli dei suoi politicanti.