Nella notte che definisce un quadro elettorale complessissimo e di difficile analisi, il primo commento che  lecitamente si può fare è che il 47.8% degli aventi diritto non è andato a votare. Un italiano su due, quindi, che aveva il diritto di poter scegliere da chi farsi governare nella propria regione, se n’è disinteressato. Una grossa disaffezione dal voto che consiglierebbe di valutare bene cosa pensano i cittadini delle regioni prima ancora del solito e consueto discorso sull’allontanamento dalla politica. Detto ciò, si potrebbe poi certamente far presente che Luca Zaia ha politicamente asfaltato la Moretti in Veneto. Il viaggio a Vicenza a bordo dell’utilitaria del Premier italiano e della candidata governatrice non ha portato bene, anzi. La politica reality perde, vince il pragmatismo tipico dell’elettorato del Nord Est, l’immagine dura, ruvida, quella delle “scarpe sporche di terra” ha prevalso sull’angelico volto della candidata Pd, dimostrando che più che il “coraggio di cambiare”, in Veneto si afferma il “Caval che vinse, no’l se canbia”. Con buona pace di Tosi, condannato ad una semi-irrilevanza. L’assoluta prediletta di Matteo Renzi, l’incarnazione del renzismo per questa tornata elettorale, corrispondeva al nome di Raffaella Paìta. La candidata ligure ha però dato un grosso dispiacere al segretario del Pd riuscendo, mentre scriviamo, a mettere in discussione persino la sua entrata in consiglio regionale. A vincere, a sorpresa, dovrebbe essere Toti. Mentre Orfini e Renzi giocavano a Pes nella sede nazionale del Pd, d’altronde, alla sinistra del Pd contavano le schede e i vari Civati, Cofferati e Landinil, i quali facevano presente che il perimetro della sinistra è più amplio del previsto. Sarà masochista, sarà radical chic ma esiste. E quando Renzi ha deciso di fare del Pd un nuovo grande partito della nazione, la grande balena bianca in salsa 2.0, forse, ha forse deciso troppo frettolosamente di liquidare pezzi della sua sinistra interna. Il candidato di Forza Italia vince grazie ad una Lega Nord sopra il 20%; FI viene praticamente doppiata, di suo ha quasi solo il governatore. Parrebbe di poter dire che questo è proprio un caso dove la fortuna ha realmente aiutato gli audaci. Catiuscia Marini, bersaniana, dovrebbe vincere di poco in Umbria contro un agguerritissimo Ricci che deve il suo risultato ad un vero e proprio boom della Lega Nord umbra.

Rossi ed Emiliano trionfano nelle loro rispettive regioni ma nessuno dei due ha a che fare col renzismo in senso stretto. Enrico Rossi viene dal Pci, dai Ds, laureatosi con una tesi su Agnes Heller, pensatrice marxista, nota come teorica dei “bisogni radicali”. In Toscana pare, inoltre, sia al tramonto l’era Verdini: si è dimesso il coordinatore regionale di Fi in sua quota. D’altro canto, Ln-Fdi sfiorano il 20%, tanto per chiarire i novelli rapporti di forza. In Puglia, invece, Michele Emiliano ha aperto al M5S offrendo alla candidata governatrice l’assessorato all’ambiente: una mossa alla Bersani e non esattamente in linea con la strategia politica del partito pigliatutto del golden boy di Firenze. Non c’è molto di Renzi in queste vittorie. Nelle Marche trionfa Luca Ceriscioli anch’egli ex Ds, il dato interessante per quel che concerne l’esito marchigiano è quello di Francesco Acquaroli, espressione di Fdi e della Ln, dato attorno al 20%. Prove pratiche di Front National.

Quello che viene fuori è un complessivo grande rafforzamento del M5S che alla prima esperienza seria con il territorio si afferma, seppur da movimento liquido, come una forza reale e localmente rilevante. Difficile alle quattro del mattino definire la partita campana: lo spoglio procede a rilento e danno i candidati in semiparità. Le proiezioni serali, tuttavia, avevano dato De Luca come vincente. Nel caso in cui questa ipotesi si verificasse sarebbe con ogni probabilità per pochi voti di scarto, si parlerebbe in questo senso di una mancata tenuta di Caldoro nei quartieri della “Napoli Bene”. La battaglia più centrale, la regione sotto i riflettori più delle altre per la questione degli “impresentabili”, rischia di giocarsi sino a mattino inoltrato sul filo del rasoio. Poca, pochissima aria di rottamazione.  La presenza in televisione e l’abbandono del blocco comunicativo pare abbia dato più di qualche frutto. Se si votasse oggi con l’Italicum, il Pd e la sua coalizione resterebbero saldi, a meno di sorprese, al primo posto. Il secondo posto e il conseguente turno di ballottaggio se lo giocherebbero i pentastellati ed un’ipotetica coalizione sovranista ancorata alla Lega Nord e a Fratelli d’Italia. Non facciano, infatti ,confendere i dati riguardanti Forza Italia. Vero è che il centrodestra unito, per come lo si è conosciuto, è ancora competitivo a tutti gli effetti. Così com’è vero, però, che nelle gerarchie elettorali Salvini doppia Berlusconi quasi dappertutto e questo non può che far pensare alla creazione di nuovi giochi di ruolo tra le parti atti a definire sempre meglio leadership e ruoli in campo. Renzi e la sua nuova Dc, insomma, non sfondano a destra e perdono pesantemente a sinista. Il quadro partitico tende ad evolversi verso una composizione articolata, molteplice e multiforme. Il risultato è un’ipotetico schema tripolare ad esito variabile sulla base delle singole situazoni esistenti. Qualcosa di ben diverso dall’auspicato catch all party, la nuova Democrazia Cristiana stenta a decollare. Salvini e la sua ruspa hanno sfondato sul serio. Grillo abbandona pian piano il terreno dell’antipolitica ed il suo elettorato comincia a diventare sempre più consapevole e a puntare seriamente al governo di qualcosa. Buongiorno Italia.