E’ il 20 marzo del 44 a.C. Migliaia di persone accorrono al Foro dell’Urbe, solo per vederlo. Il corpo di Cesare è lì, pallido, senza vita, disteso su un’edicola dorata vicino ai Rostri. Tutti attendono che inizi il rito funebre, rigorosamente pubblico. Al di sopra dell’ara, infilzata su una lancia come monito perenne, sventola la toga che Cesare indossava cinque giorni prima. I tagli s’intravedono nella stoffa, ancora insanguinata. Al di sotto del piccolo altare, secondo quanto racconta Appiano, è presente una vasta folla, formata soprattutto da veterani e legionari ancora fedeli al loro comandante. Sono lì, armati, per salutarlo un’ultima volta. Anche il popolo, la semplice plebe urbana, è accorsa al Foro per contemplare colui che era stato tanto clemente verso di loro, avvallando spesso le ragioni popolari a discapito di quelle dei latifondisti. Cesare è lì presente e, ancora una volta, al centro dell’attenzione. Una pira lo attende per fare definitivamente della sua persona una divinità. Tra la moltitudine si intravedono anche le donne della gens Iulia, Calpurnia ed Azia su tutte.

Il corteo funebre sta per iniziare, ma prima deve prendere la parola Antonio, luogotenente decennale di Cesare, abile seduttore di donne e soldati: “amici, Romani, concittadini” così, secondo il dramma shakespeariano, Antonio saluta la folla. Poi, come racconta Cicerone, il luogotenente si rivolge ai presenti incitandoli ardentemente alla rivolta verso chi aveva fatto del Padre della Patria un martire, verso coloro che da quel momento furono indicati come cesaricidi. Al termine del discorso di Antonio i cronisti raccontano di una zuffa, violenta, probabilmente nata da chi voleva portare il feretro al Campidoglio. Poi, grazie all’intervento di uomini armati, il corpo di Cesare viene sollevato lentamente dalla lettiga. Più in là, all’interno del Foro, vicino alla Regia, viene allestita in fretta una pira con dei rami secchi accatastati. il corpo viene adagiato lì. All’improvviso il fuoco divampa, innalzando al cielo le spoglie mortali di colui che, da quell’istante, sarà il Divo Giulio. Un Dio, appunto. E sulla Terra, di lui, resteranno solo le ceneri. Ed è proprio di quelle ceneri che dobbiamo custodire il ricordo, poiché simboleggiano il Cesare materiale: uomo, politico, amministratore e guerriero. Il Padre della Patria, anzi di un’idea della Patria.

I resti mortali ci permettono di ricordare la visione di Roma di un uomo nato nella povertà della Suburra e giunto a poter vantare la sella curule, la toga purpurea e la corona aurea: i segni del massimo potere civile e religioso di Roma. Perché Cesare è stato un “un riformatore che dovette ricorrere a metodi rivoluzionari per realizzare il suo programma”, riprendendo Luca Canali. E non è difficile intravedere il primo nemico di Cesare nell’oligarchia senatoria. I grigi burocrati d’allora. E una delle prime battaglie combattute e vinte da Cesare –all’inizio del cursus honorum- fu proprio contro il Senato, quando nel 59 a.C. riuscì, aggirando le obiezioni senatorie, a far approvare due leggi agrarie a favore del popolo, come racconta Barry Strauss nel suo “La morte di Cesare”. E in seguito riuscì a promuovere anche delle leggi “sovraniste” che garantissero i popoli della Res Publica, non divenuta ancora Principato, contro gli abusi dei governanti mandati da Roma. Perché Cesare, sebbene fosse un uomo di spada, non rinunciò mai al magnanimo rispetto per l’altro, anche qualora questo fosse stato “il nemico”. E le popolazioni galliche gli furono grate quando, dopo l’assedio di Alesia, lo trattarono come un re e lui, per sdebitarsi, non lasciò mai che Vercingetorige fosse portato a capo chino nell’Urbe, finendo in pasto ai falsi burocrati in toga. C’è un lato, però, poco trattato della figura di Cesare: il suo personalissimo ritorno alla tradizione. Cesare infatti volle ripristinare l’antichissimo collegio giovanile dei Luperci Iulii legati alle origini albane di Roma. Da Pontefice Massimo rispettò sempre la tradizione religiosa romana, non disprezzando mai gli insegnamenti dei popoli stranieri, su tutti quelli celtici: nel De bello gallico racconta del suo avvicinamento al druidismo dovuto, soprattutto, alla conoscenza l’Archidruido eduo Diviciaco. Insomma, Cesare fu abile politico, guerriero e religioso. Ma la sua grandezza sta nel fatto che per la prima volta immaginò Roma come Impero che avrebbe dovuto inglobare le genti, governandole e facendole restare sempre entità distinte fra di loro. Nel rispetto di tutti. Cesare immagina Roma come quella che Alain de Benoist chiama “civiltà universale”. E per la prima volta la Res Publica romana viene identificata come noi dovremmo fare con la Res Publica europea: Impero che si erge a civiltà universale. E più che Pater Patriae, Cesare dovrebbe essere per noi Pater Europae.

E già Ulrich Bech ed Edgar Grande avevano pensato – in “Pour un empire europèen”- ad un “impero europeo cosmopolita”, concetto, quest’ultimo, che entra in netta contrapposizione con quello di Stato-Nazione. Bech e Grande scrivono nel loro saggio: “il cosmopolitismo combina una stima delle differenze e dell’alterità con la preoccupazione di concepire nuove forme democratiche di dominio politico oltre gli stati nazionali.”- poi concludono – “ un’Europa cosmopolitica sarebbe anzitutto un’Europa della differenza, una differenza accettata e riconosciuta”. E lo stesso de Benoist, parlando del concetto di Impero ne “Il trattato transatlantico” (Arianna Editrice), scrive che “gli imperi non sono soltanto stati più grandi o più estesi degli altri. I veri imperi sono plurinazionali, essi riuniscono diverse etnie, diverse comunità, diverse culture, una volta separate, sempre distinte”. Ed è proprio la distinzione ed il rispetto delle diverse genti che componevano la Res Publica – lo Stato- l’idea alla base del governo di Cesare. Uno Stato che doveva governare senza mai imporre la propria cultura su quella degli stranieri, anche quando erano considerati “barbari”. Tutto ciò è dimostrato dai provvedimenti adottati da Cesare, dalle leggi che ha promosso durante il suo cursus honorum. Il tutto è raccontato dagli storici dell’epoca. Cesare ha pensato per primo all’Impero, idea che, qualche anno dopo la sua morte, sarà realizzata grazie al Principato di Ottaviano, poi Augusto. E in quell’idea di Impero è concentrata l’idea di Europa: patria di popoli differenti tra loro, ma indissolubilmente svincolabili. E che necessitano di un governo centrale che li rispetti, e li unisca. E li difenda, soprattutto.

Si dice che Cesare rifiutò per due volte il diadema regale che Antonio gli volle porre sul capo. “Solo Giove è re dei Romani”, tuonò. Forse è così. Ma Cesare fu proclamato Pater Patriae, come lui solo Romolo e Furio Camillo. E non a caso. Perché Cesare, con la sua idea di Roma -universale, forte, rispettosa delle genti- ha fatto nascere l’Impero, ha fatto nascere l’Europa.