La Rho dell’EXPO, ieri mattina, ha aperto i battenti in controtendenza rispetto al trascorso mese di iniziazione. Per quanto la fragranza del martedì aleggiasse in prossimità dei forni dei vari padiglioni e benché il detergente luccicasse ancora di riflesso sui tavolini esterni alle insegne, nascondere l’esclusività di questo mercoledì sarebbe stato impossibile. Fermo restando che, di “esclusività”, si sia abusato nell’ultimo anno e mezzo, e che ritorni opportuno delinearne una definizione. Di certo, “esclusivo” non è stato Matteo Renzi, le cui scorribande diplomatiche – tra uno storpiare la storicità di Mameli e un ricoprirsi del rigurgito della Merkel sulla Gloria del Tricolore – hanno impantanato la sua già poco credibile figura nella melma dell’imbarazzante. L’esclusività che si respirava meno di 24 ore fa nell’ovest milanese, non collima affatto con le premesse cui sopra. Quella era di accesa attesa per l’avvento di chi meglio sostanzia la governatività che tanto manca ad un’Italia in crisi d’identità e che, da decenni, latita nel Paese della sterile chiacchiera al potere.

Vladimir Putin si è affacciato all’esposizione mondiale meneghina con l’equilibrio della sua sobrietà e della sua posatezza. Pur reggendo saldamente le briglie di una linea di pensiero sociopolitico ed economico-finanziario, vituperata dal comune diramare, e per questo efficace e determinante, nell’attuale assetto continentale e mondiale. Si è presentato alla platea pubblica e mediatica della “Milano delle Multinazionali” in perfetta coerenza con quanto dichiarato in mesi di assedio dell’Unione Europea alla Federazione Russa: le sanzioni di Bruxelles non sono soltanto una ripicca alla disobbedienza di Mosca, ma stanno seviziando i fatturati delle imprese, non assoggettate ai dettami del Mercato. Non bastasse, in qualche riga di esternazione, Putin ha saputo riassumere la contraddizione dell’agire del Parlamento europeo e della Commissione: nonostante stiano ardentemente elaborando una soluzione per opporsi al terrorismo internazionale, i Palazzi in questione perseverano nel ripudiare il solo attore politico – ad oggi – in grado di saper destabilizzare le affilate lame del guerrafondaio estremismo mediorientale.

In conclusione, non poteva eludere le aspettative la consueta impertinenza di Renzi, che ha ribadito sostegno agli accordi di Minsk. Il crepuscolo della mattinata pone un inciso sull’ennesima lezione d’integrità istituzionale che l’ex Sindaco di Firenze ha dovuto sorbirsi, stavolta impartitagli dalla massima espressione di presidenzialismo vecchio stampo – improntato sulla tutela dell’interesse nazionale, sulla garanzia di sovranità e sulla difesa delle proprie tradizioni culturali -, incarnata dall’imperscrutabile Capo di Stato russo. Che – sebbene eviti relazioni franco-italo-tedesche – da circa due anni si sta svelando come un modello da emulare, e non come un male da debellare, o come la riproposizione di un dispotismo di totalitaria memoria da esorcizzare. Putin è fondamentale perché la spina dorsale della nostra economia resti dritta; è un cardine del sovranismo, quale sinonimo di attività politica, volta alla legittimità dell’autodeterminazione di un popolo; è l’essenza della contrapposizione rigorosa allo svuotamento globalizzato, propugnato dagli Stati Uniti D’America. Semplicemente, Putin è tutto ciò che Renzi non sarà mai. Purtroppo per noi.