La bufera attorno al caso della “intervista” di Bruno Vespa a Salvatore Riina, figlio del capo dei capi Totò, non accenna a placarsi. La puntata di mercoledì sera di Porta a Porta è finita giustamente nel mirino di critiche fortissime, provenienti dalle più disparate fazioni del mondo politico e della stampa italiana.

Vespa è stato criticato duramente per aver messo il suo comodo salotto a disposizione del figlio di uno dei più grossi criminali italiani, che ha parlato di suo padre e della mafia con toni che non è improprio definire apologetici. È stato criticato non il fatto in sé di aver dato la parola a un personaggio discutibile (infatti in passato autorevoli giornalisti intervistarono mafiosi senza sollevare tutto questo polverone), bensì il modo in cui è stato fatto questa volta, ossia con il classico stile untuoso e fin troppo accomodante che Vespa utilizza normalmente con i suoi ospiti, senza tentare mai di metterli anche un pelino in difficoltà con qualche domanda scomoda. È stato addirittura confermato che, in maniera del tutto irrituale, il figlio di Totò Riina abbia firmato la liberatoria soltanto dopo aver registrato l’intervista.

In tutto questo marasma di critiche più che legittime però sono arrivati anche gli avvoltoi. Infatti il direttore generale Rai Antonio Campo Dall’Orto, convocato assieme alla presidente Monica Maggioni davanti alla Commissione Antimafia all’indomani dei fatti, ha dichiarato che “Siamo in una fase di transizione, […] dal primo settembre bisognerà avere una supervisione che lavori sui contenuti giornalistici, ovunque essi siano. […] si dovrà decidere insieme”. E chi è quell’insieme? Il Governo, ovviamente, visto che la carica di dg Rai dopo la recente riforma renziana è di nomina governativa.

Ecco qui che cogliendo un’occasione di legittima critica all’operato spregevole di un individuo all’interno del servizio pubblico, il Governo ne ha prontamente approfittato per stringere ulteriormente il bavaglio sulla bocca della stampa, di quella del servizio pubblico per di più. Stando alle parole di Campo Dall’Orto, infatti, da settembre qualsiasi contenuto giornalistico della Rai, dai servizi dei TG alle interviste dei talk show, dovrà essere in pratica sottoposto per poter andare in onda a quello che potremmo chiamare una sorta di visto governativo. Ma il bavaglio i giornalisti della Rai sembrano già ben abituati ad averlo sulla bocca. La notizia dell’istituzione del “supervisore del giornalismo” non ha sconvolto troppo nessuno.

Sono infatti lontani i tempi dell’indignazione, delle minacce di manifestazioni in reazione al berlusconiano editto bulgaro. Se poco più di 10 anni fa la volontà manifestata da un Primo Ministro di estromettere dalla Rai due giornalisti e un satirico scosse e mobilitò profondamente opinione pubblica e stampa, oggi l’editto renziano che vuole sottoporre tutto il servizio pubblico nei suoi aspetti giornalistici a preventiva vidimazione ed eventuale censura governativa, trasformando la Rai in una nuova Pravda di regime, non sembra scomporre alcuno.

E dinanzi a una notizia del genere la vergognosa puntata di Porta a Porta quasi sembra poca cosa, poca cosa davanti a una Rai che si appresta a divenire una vera e propria TeleRenzi. La cosa migliore sarebbe stata mandare via una volta per tutte dalla Rai un individuo come Vespa, il cui solo nome suscita il ribrezzo della maggior parte dei telespettatori italiani, e magari sostituirlo con qualche giovane professionista meno prono all’autorità e al potere, in tutte le forme che questi assumono. Ma l’occasione era troppo ghiotta, e il Governo, per il tramite di Campo Dall’Orto, l’ha colta al volo per piegare definitivamente la Rai al suo volere. Aspettiamo di sapere quando si terranno i funerali solenni della libertà di informazione, e se saranno trasmessi dalla Rai. Con tutta probabilità no.