Pare ancora di assistere alla sue folate entusiaste sulla pista d’atletica dell’Olimpico di Roma, subito dopo una marcatura della Lazio, correndo incontro all’affetto caloroso della gente – la sua gente, come spesso ha dichiarato – che in lui ha sempre apprezzato determinazione, franchezza, e rispetto. Sembra anche di vederlo scomporsi sui prati della Premier League, inalberandosi da bordo campo ed imprecando all’indirizzo di qualche giocatore esageratamente anarchico. Senza dimenticare, inoltre, l’infinità di circostanze in cui si è destreggiato, grazie alla sconfinata esperienza sul rettangolo verde, con impeccabile scioltezza nelle cronache audiovisive e negli studi dove il pallone diventa opinione. Paolo Di Canio è uno degli ultimi unicum, perché manifesta ciò che gli altri non hanno le palle nemmeno di lasciar intendere: il primato della genuinità, in un Calcio drogato da artificiosi stilemi e da codici di polistirolo pattuiti a tavolino, che ingabbiano le emozioni e sterilizzano la passione.

Anche da cronista, Di Canio ha cercato di introdurre un modello di schiettezza e di trasporto emotivo, latitante da tempo immemore nel giornalismo sportivo italiano. Capita, però, che durante la presentazione annuale del palinsesto di SkySport, qualcuno si accorga della cubitale grandezza di un suo tatuaggio, ed apriti cielo! “DVX” cita l’incriminato marchio. In linea teorica, sarebbe l’etimologia latina del sostantivo “Condottiero” o “Comandante”. Per le vedovelle della polemica, invece, è la cristallizzazione più becera dell’apologia di fascismo. Le sedi amministrative e le scrivanie direttive della piattaforma televisiva si mobilitano frettolosamente per porre rimedio, e pensano “bene” di sospendere Di Canio, tenendo fede all’isteria intellettualoide dei soloni da salotto. E ponendo – seppure inconsapevolmente – un marcato accento sulla bassezza dell’opinione pubblica italiana.

In quanto è inutile soltanto ipotizzare che servisse un’immagine incisa sulla sua pelle per capire quale potesse essere l’orientamento politico dell’ex calciatore romano. A meno che gli occhi non siano rimasti sbarrati quando, per esempio, si affacciava verso la Curva Nord laziale e allungava fieramente il braccio destro. Ma ai cerimonieri del pensiero unico, forse, interessa solo che il comunemente accettato ammanti il volontariamente non saputo. Paolo Di Canio è stato vittima inconsapevole di un sistema che prima ha tratto beneficio dalla sua indiscutibile preparazione tecnico-tattica e dalla sua immensa conoscenza calcistica, e poi l’ha impigliato nella tela del buonismo. Esasperato e stucchevole, che l’ha silurato a suon di accorati appelli e di pubbliche scuse. La sua epurazione ha certamente sortito gli effetti sperati dall’enclave del perbenismo d’arrembaggio: ha “[…] urtato la sensibilità” della logica. Ridicoli sono lo sconcerto a gettoni delle zitelle del politicamente corretto, e soprattutto l’antifascismo in assenza di fascismo. La sciagurata ipocrisia: a quella sì che andrebbe imposta una sacrosanta censura.