Quando si torna da un viaggio in Iran non si può fare a meno di riflettere su tutto ciò che si è visto, sui luoghi, sulle persone, sulle usanze, e confrontare l’idea che si ha in quel momento del paese appena visitato con quella che si aveva vigilia della partenza. All’incirca 15 giorni fa siamo partiti insieme ad alcuni colleghi della redazione alla volta di quella che fu l’antica Persia, e ad appena 48 ore dal rientro in Italia le riflessioni sul tema sono davvero molte.

Al ritorno vengono in mente tutti i pregiudizi e i preconcetti che in Italia e in Occidente vengono nutriti nei confronti di un Paese che in realtà è tutt’altra cosa da come viene dipinto in Europa. Le frasi più ricorrenti che ci si sente dire dagli amici prima della partenza vanno dal “Vai in Iran? Sei matto?! Ma che ci vai a fare, è pericoloso!” ai più beceri “Attento a non farti rapire dall’Isis!” o “Occhio a non saltare in aria!”, fino agli accorati appelli alla prudenza e all’accortezza da parte di famigliari vari. E per quanto uno sia informato e cosciente che la realtà lì sia ben diversa da quella che fanno passare i media, un minimo di tensione c’è alla partenza. Che fosse davvero un paese di pazzi estremisti islamici, che davvero andando lì tu ti stia esponendo a dei rischi.

Ma sul luogo bastano un paio di giorni per rendersi conto di come la situazione sia radicalmente diversa. Gli iraniani, o persiani come a volte vezzosamente si definiscono, si dimostrano da subito una popolazione estremamente accogliente e cordiale verso i turisti, ti fermano in strada per chiederti se hai bisogno di aiuto, se ti serve un passaggio, semplicemente per stringerti la mano e darti il benvenuto in Iran, o proprio per chiederti cosa ne pensi del loro Paese, se è come lo raccontano in Occidente. E in questo e altro emerge con forza tutto l’orgoglio di un popolo ansioso di emanciparsi e scrollarsi di dosso la pessima fama affibbiatagli dalla stampa occidentale, e dimostrare a quello stesso Occidente di essere fatto di ben altra pasta. Per le vie di Teheran o di Shiraz si scopre un Paese non troppo diverso dalla nostra Italia del Dopoguerra, un Paese, nonostante le importanti diversità culturali, molto più vicino a noi di tanti altri stati mediorientali che nell’immaginario propinatoci dalla stampa sarebbero invece molto simili al nostro.

Ci si rende conto di quanto la stampa e i media riescano a deformare e distorcere la realtà di un intero Paese sul quale chiunque è autorizzato a dire di male, pur non avendo nessuna voce in capitolo a riguardo. Basti pensare recentemente alle sciocche parole della Carrà, che solo qualche settimana fa come giudice di The Voice, dopo l’esibizione di una ragazza iraniana, ebbe a dire che in Iran le donne non possono studiare, non possono lavorare o guidare. Senza sapere che la scolarizzazione delle donne iraniane è altissima, che esse lavorano e guidano anche mezzi di trasporto pubblici senza nessun impedimento. Forse parlava dell’Arabia Saudita, chissà.

Ripensando ai romantici vicoli di fango di Yazd, ai caotici bazar di Teheran e Isfahan vengono poi  ancor di più alla mente le deliranti parole di diffamazione declamate a gran voce sul finire di quest’estate dalla “giornalista” Giulia Innocenzi, che di ritorno dal suo tour in Iran,  in un attacco di terzomondismo da due soldi asserì in un infuocato post, che molto fece discutere, di aver passato una vacanza d’inferno, oppressa dall’obbligo del velo, palpeggiata di continuo assieme alla sua amica nella calca dei bazar, addirittura aggredita e inseguita da uomini in motocicletta che le avrebbero fatto mostra delle proprie virilità iniziando oscenamente a toccarsi. Confrontate con la nostra personale esperienza di gruppo di tre uomini e una donna, le affermazione della giovane santorina risultano veramente ridicole. Quello che abbiamo constatato è stato infatti l’opposto di quanto sostiene la Innocenzi: le persone del luogo con cui abbiamo avuto qualche scambio quasi non rivolgevano la parola alla ragazza del nostro gruppo e, al momento di salutare, a noi uomini stringevano caldamente la mano porgendo i tre baci di saluto, mentre a essa al più un timido cenno da lontano, i più intrepidi uno sbrigativo“goodbye madam”.

E i numerosi coetanei con cui abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere erano ben più indaffarati a studiare noi maschi, i nostri vestiti, le nostre movenze, il nostro smartphone, il nostro taglio di capelli, a chiedere i nostri contatti Instagram o Whatsapp, rapiti dalla contemplazione di quelli che loro vedevano come dei modelli cui ispirarsi, dedicando ben poca attenzione alla nostra compagna di viaggio. E nemmeno quando, persi tra i mille negozi dei bazar, ognuno andava per conto suo frugando tra i banchi che più lo attiravano, nemmeno allora quando era sola la nostra amica ha mai subito nessun tipo di molestia. Impossibile non chiedersi a questo punto dove la Innocenzi abbia visto uomini col pene di fuori o che le palpeggiavano il sedere, e se davvero essa sia mai stata in Iran, o se abbia parlato sinceramente.

Tutti i soloni occidentali in stile innocenziano-boldriniano che pontificano a sproposito contro un Paese millenario come l’Iran con le loro retoriche terzomondiste e diritto-umaniste risultano alla luce del nostro viaggio in Iran come il banale frutto di un Occidente incapace di rassegnarsi al fatto che una nazione e un popolo abbiano scelto di non piegarsi ai suoi diktat, scegliendo da soli con la propria sacra autodeterminazione il proprio destino, senza farselo imporre da governi fantoccio esportatori di valori e democrazia occidentali. Un Occidente che vede la barbarie e il medioevo nella cultura e nella società iraniane, e offre da contraltare a tale barbarie, all’opprimente sharia e al velo islamico i nostri uteri in affitto, le nostre femen, le nostre showgirl libere di andare in televisione a fare a gara a chi ha la minigonna più corta, e a mostrare audacemente i propri tatuaggi a forma di farfalla. Un Occidente arrogante e saccente che pretende di esportare la propria idea di civiltà in tutto il mondo, e incapace di vedere il proprio stile di vita come solo uno dei tanti possibili. Andate in Iran, e vi renderete conto di tutto questo.