La supponenza di D’Alema è talmente smisurata da riuscire spesso a ribaltare nell’opinione pubblica qualsiasi convinzione consolidata, ovviamente sempre a suo svantaggio, come una sorta di inconsapevole masochismo. Prendiamo il dibattito interno al Pd sul referendum di autunno per la riforma di alcune parti della Costituzione. Da un lato c’è Matteo Renzi, giovane  segretario del partito e premier in carica, che si presenta come innovatore. Dalla parte opposta, a capo del fronte del no, c’è lui, Massimo D’Alema: ex Presidente del Consiglio, ex ministro, ex presidente dei Ds, ex presidente del Copasir, che si presenta come conservatore. In questo periodo, rivalutare la figura di Renzi sembra essere ardua impresa, tuttavia, il saggio D’Alema sembra quasi riuscirci, pur svolgendo il ruolo di suo principale avversario interno al Partito Democratico.

Se fino a ieri Renzi, colui che lo ha relegato nel triste pertugio dell’irrilevanza politica, era ormai considerato come un giovane che adopera le vecchie arti del democristiano, ora D’Alema sta riuscendo, con i suoi recenti interventi, a ridare nuova linfa all’attuale premier. “Io non faccio parte di nessuna minoranza, faccio parte di me stesso” ha dichiarato alla festa dell’Unità. Già questo atteggiamento dell’ex leader della sinistra sembra piuttosto ambiguo: non vuole immischiarsi nelle diatribe di partito, ma al tempo stesso scredita la figura del premier: “Sta diventando un politico come tutti gli altri, con tutti i peggiori difetti del politico normale”.  Poi precisa: “Renzi non mi interessa. Mi interessa il testo della Riforma Costituzionale”. La sensazione invece è che ci sia nei confronti del segretario Pd una questione personale. D’Alema sa innanzitutto che questa volta la riforma della Costituzione potrà compiersi. Se dovesse vincere il sì nel referendum di autunno, infatti, il popolo italiano consegnerà Renzi alla storia della politica italiana, essendo riuscito ad abbattere vecchi totem, uno su tutti il bicameralismo perfetto. Certo, la su strada è in salita, ma il punto è un altro.

Anche D’Alema ci ha provato a riformare la Carta, ma non ci è riuscito. Correva l’anno 1997 quando lui, futuro Presidente del Consiglio (verrà nominato l’anno seguente dall’allora Presidente della Repubblica Scalfaro senza passare per le elezioni, proprio come il suo rivale), Silvio Berlusconi, leader della coalizione avversaria di centrodestra, Gianfranco Fini e Franco Marini siglarono a casa di Gianni Letta quello che ironicamente Cossiga definì il “patto della crostata”. Nacque quindi la Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, comunemente nota come Bicamerale, presieduta proprio dal leader maximo. Fu il terzo tentativo nella storia della Repubblica italiana di riforma condivisa della Costituzione, dopo quelli della Commissione Bozzi del 1983 e della De Mita-Iotti del 1992. Poi, per qualche oscura ragione, il tavolo saltò e con esso si dileguarono tutti i buoni propositi riformatori, ma soprattutto si  frantumarono le grandi velleità politiche di D’Alema. D’altronde, era la sua grande opportunità, quella che gli avrebbe permesso di passare per colui che promosse il miglioramento  dell’assetto istituzionale dello Stato. Invece Berlusconi gli impedì di realizzare quel sogno.

Ma l’ex premier, così pieno di sussiego, non ha mai dimenticato il gesto meschino. Così, non essendo riuscito a vendicarsi del cavaliere, oggi non gli resta altro che accanirsi contro colui che, a buon diritto, è il suo erede politico: Renzi, appunto. E quale migliore occasione per combatterlo sul terreno della riforma costituzionale? La riprova di questo recondito risentimento personale nutrito da D’Alema nei confronti di Renzi, sta nel fatto che non si addentra mai nel dettaglio dei contenuti della riforma, anche perché ci sono diverse somiglianze con il suo progetto redatto diciannove anni fa. Ma l’invidia, si sa, fa emergere in colui che la prova tutte le contraddizioni del suo animo e per quanto possa sforzarsi, esse vengono fuori inconsapevolmente. La vera natura si manifesta sempre prima o poi. “Molti uomini vivono una vita di quieta disperazione” diceva Thoreau, e forse è lo stesso travaglio interiore che sta vivendo D’Alema, nel malinconico tramonto della sua vita politica.