E’ uno scontro generazionale quello in atto all’interno del Pd. Lo è sul piano anagrafico e lo è sul piano concettuale. La Ditta, la minoranza a sinistra di Renzi, insomma, la classe dirigente rottamata dal Premier, rappresenta il gradino ormai superato del lungo percorso che ha portato dalla svolta della Bolognina al Partito Democratico di oggi. E’ stato un cammino difficoltoso, forse più travagliato all’interno di quanto i dati elettorali non dicano ma tutto sommato lineare. E Bersani e D’Alema, semplicemente, rappresentano un passaggio obbligato ma sostanzialmente superato.

La mutazione genetica della sinistra italiana ha colpito, una dopo l’altra, tutte le categorie di riferimento travolgendo i punti fermi, cambiando (o forse semplicemente rispecchiandone il mutamento globale) il concetto stesso di sinistra. E di questo D’Alema continua a fingere di non essersene accorto. E’ una storia che ha coinvolto sia le idee che gli uomini. I quadri dirigenti sono stati sostituiti fisicamente, rottamati un pezzo dopo l’altro. Alla Bolognina si fermarono i duri e puri che sarebbero confluiti in Rifondazione Comunista. Fu il primo passo verso quello scivolamento nell’indeterminatezza centrista portato a termine da Renzi. L’Ulivo, la grosse koalition messa in piedi per arginare il messianismo berlusconiano, fu lo step forward. Basta analizzarne la costituzione, i partiti e i movimenti che vi confluirono. L’idea di base era riunire le tre grandi tradizioni politiche della Prima Repubblica: il riformismo social-democratico, quello cristiano-democratico e pure quello liberal-democratico. Non poteva che uscirne un calderone europeista tenuto insieme dal non-carisma centrista di Prodi. Eppure, D’Alema e Bersani ne rivendicano con orgoglio la paternità, fingendo di non capire che Renzi ne è il figlio legittimo, il ramoscello verde.

La novità portata da Renzi è stato il leaderismo. L’Ulivo era basato su una classe dirigente, multiforme e spesso in disaccordo, che ne minava la stabilità politica nelle occasioni di governo. Nel tempo questa oligarchia post-comunista e post-democristiana si è miscelata, partorendo il Capo di Firenze, che governa come un satrapo orientale attraverso i suoi eunuchi-ministri come Orfini Giachetti. Spesso la Ditta cerca di disconoscere il proprio figliolo indigesto, cercando di attribuirlo a Berlusconi, ma la personalizzazione della politica è un processo ricorrente in Europa e persistente in America, dove il centro sinistra italiano ha guardato una volta costretto a volgere le spalle all’Est. L’attuale Partito Democratico è sostanzialmente un adattamento ben riuscito dei Democratici americani alla realtà italiana, e anche da questo punto di vista la trasformazione è stata graduale e non vede Bersani, D’Alema e compagnia incolpevoli. I cardini concettuali di questo indirizzo politico sono: sul piano economico il liberismo, sul piano sociale il pensiero liberal contemporaneo. Anche la retorica impiegata in propaganda è la medesima (“Non costruiamo muri ma ponti”, ad esempio, lo dice spesso anche Hillary Clinton). E’ un cambiamento che riflette (ed è stato possibile) anche grazie al mutamento della società italiana (e in parte ha agevolato questo mutamento). La lotta di classe è morta assieme alle classi sociali marxiane. Mentre il ceto medio piccolo-borghese che garantiva la maggioranza alla Dc viene gradualmente proletarizzato, il proletariato stesso viene disgregato, separato, diviso fisicamente e ideologicamente, viene precarizzato. In questo contesto il leaderismo, personificando ed ‘emozionalizzando’ il confronto politico, paga. Dunque una cosa giusta D’Alema l’ha detta nella sua sortita sul Corriere tra un viaggio in Iran e una degustazione di vini: il Partito della Nazione c’è già, ed è la grande casa di quella cosa informe che sono i moderati, si potrebbe aggiungere.

Quello che non si capisce è quale sarebbe la visione alternativa che un’eventuale centro-sinistra a trazione d’alemiana potrebbe proporre. L’austerità nei conti pubblici la introdusse Prodi, le liberalizzazioni le rivendica ancora oggi Bersani, le bombe in Kosovo le sganciò D’Alema. Oggi cosa cambierebbe, anzi, cos’è cambiato? Renzi ha avuto l’autorità di abrogare l’articolo 18. La vecchia oligarchia, di un grado più vicina al passato comunista, avrebbe avuto qualche difficoltà in più. Ci sarebbero stati brontolii e minacce, magari scissioni tra i mille partitini della coalizione di governo, forse il peso della “piazza” si sarebbe fatto sentire maggiormente. Con ragionevole certezza però l’avrebbe fatto. Ce l’avrebbe chiesto l’Europa, o i mercati, o i marziani. In ogni caso Renzi è solo l’atto conclusivo della ventennale commedia in cui recita chiunque sia stato o stia a sinistra di Berlusconi, giusto contraltare della commedia berlusconiana.