Il Sinodo sulla Famiglia si è chiuso ieri mattina con la Santa Messa celebrata da papa Francesco. Sabato la Relatio Finalis, il documento elaborato dai padri sinodali e consegnato al pontefice per una successiva metabolizzazione pastorale e magisteriale, ha suscitato nella stampa italiana e internazionale non poco dibattito. Come al solito, ognuno ha letto il documento come ha voluto, cavandone il significato predisposto dal proprio partito preso. Cosa contiene in effetti il documento finale del Sinodo sulla Famiglia? E quali sono le sue implicazioni, appunto, a livello dottrinale e pastorale, piani diversi ma coincidenti nell’assise sinodale dei duecentosessantacinque padri convenuti a Roma? Poiché oggi la dissidenza consiste nell’essere davvero informati, abbiamo posto qualche domanda ad un esperto: Giovanni Marcotullio, studioso di patristica ed editorialista del quotidiano di ispirazione cattolica La Croce.

Tutti i giornali, ieri mattina, sostenevano di aver vinto rispetto alle proprie previsioni sul Sinodo. La Repubblica, Il Corriere e Il Fatto Quotidiano titolavano che è stata riconosciuta la comunione ai divorziati, Avvenire parlava più prudentemente di “porte aperte a situazioni difficili” mentre Il Foglio non usciva ma ha confermato oggi la sua posizione. Chi ha vinto? E il Papa si riferiva mica a questo atteggiamento quando aprì il Sinodo sostenendo che non fosse “un senato”?

Guarda, mi pare che sia sintomatico il tuo attacco: i giornali sostengono di aver vinto. Che cosa? Perché da un sinodo i giornali avrebbero da vincere o da perdere? Lavorano per i vescovi, i giornali? Nessuno, con una sola eccezione, e guarda caso si tratta di quello che tu definisci “il più prudente”. I giornali, per definizione, vivono alla giornata; devono “sfangarla”, la giornata. Ti riporto il dibattito avvenuto l’altro ieri sera in una di queste redazioni (la conosco da fonte certa): «“Che dite? Facciamo la prima sul Papa che apre ai divorziati?”. “Boh”. “Si potrebbe”. “Ma non l’abbiamo già scritto?”. “In effetti…”. “Vabbe’, ma questa volta è proprio il Sinodo, so’ i vescovi…”. “Ma veramente nella relazione finale non ci sarebbe scritto questo…”. “Ma dài il senso è quello. È l’apertura di tutti i siti, non hai visto? L’ha detto pure il tg di Mentana”. “E anche l’Ansa”. “Ma, guardate, ho controllato: né nel paragrafo 84, né nell’85 si parla di comunione ai divorziati…”. “E poi sennò su cosa apriamo?”. “Vero, vero. Marino è da due giorni che dice “non mollo”. Ha stufato”. “Renzi è in Perù”. “Sennò su cosa apriamo? Legge di stabilità no, eh. È la morte dei sensi”. “Ma sì dài. E poi Papa Francesco tira”. “È pure domenica”. “Ma guardate che la relazione…”. “Ok allora è fatta. Su andiamo che è tardi, c’è la partita”».

Così si fanno i giornali, lo sai, almeno da queste parti e di questi tempi. Quindi l’unica cosa che possono vincere o perdere è “la pagnotta quotidiana” – una sardonica caricatura delle parole del Pater.

A differenza dei giornali, che a conti fatti c’entrano come noi c’entriamo col campionato di serie A se giochiamo al fantacalcio, i Padri sinodali sapevano bene di non formare un senato: la loro responsabilità stava nell’essere “cum Petro”, perché hanno sempre saputo che “Pietro” non li avrebbe consultati per poi infischiarsi del loro lavoro (dunque nulla di quanto finito nella relatio sarà preso alla leggera); d’altro canto, responsabilità significava pure, per loro, restare “sub Petro”, perché avere un “primus inter pares” è utile solo se si riconosce in lui la garanzia dell’integrità della fede. Questo dovrebbero ricordarselo tutti, anche certi “cattoliconi” che pretenderebbero di fare ogni giorno al Papa l’esame di dottrina. Se poi insisti nel voler sapere “chi ha vinto”, lasciando da parte i giornali, puoi considerare quello che ha detto Francesco stesso.

Il Papa ha parlato di libertà rispettata e di metodi talvolta impropri. Ci torniamo. Ma osservando i voti della Relatio Finalis si può osservare quanto segue: tutti i punti hanno raggiunto e superato i duecento voti, ottenendo quindi almeno il 75% dei consensi. Accordo trasversale. Sui tre punti attenzionati, il celebre 85 che parla di “discernimento pastorale” nei confronti dei “battezzati che sono divorziati e risposati civilmente”, ma anche l’84 e l’86 dedicati pure a “Discernimento e integrazione”, i voti scendono sotto i duecento attestandosi sui famosi due terzi più uno, matematici sull’85. Cos’è successo davvero lì? E cosa c’è scritto in sostanza in questi tre punti?

Va bene, torniamo dopo su come si è svolto il dibattito. Per rispondere in una frase alla domanda sul passaggio risicato di quei tre punti, direi questo: il consenso largo è stato a malapena raggiunto perché quel passaggio, nel documento, è tra i più compendiosi ed elusivi di tutti. Cosa intendo con questo? Che tenta di aggirare il problema? Non proprio: tenta di ricapitolare in breve tutti i pro e tutti i contro a favore dell’una e dell’altra tesi (diciamo così per semplicità) raccogliendoli dai documenti magisteriali e dall’esperienza pastorale. Il presupposto è correttissimo: la dottrina e la pastorale non sono e non possono essere in contraddizione, se lo sembrano bisogna tornare a comprendere l’una e l’altra. Quindi i numeri 84-86 della Relatio fanno ampio richiamo alla casistica, ricordando tutti i principî di scuola per cui un medesimo atto viene valutato diversamente, su scala morale, a seconda del soggetto agente, delle finalità e delle circostanze. Questo è tutto vero: manca soltanto il richiamo alla categoria di “intrinsece malum”, e credo che parte dei votanti “non placet” si basino su questa o simili osservazioni.

Giustamente hai ricordato, facendo una semplice conta di numeri, che stiamo parlando di un’ottantina di votanti: chi sono quelli che hanno votato contro questi paragrafi? In linea di principio non possiamo escludere che, accanto a molti che li hanno trovati troppo audaci ci siano anche altri che li avranno trovati troppo “tiepidi”. Più concretamente, credo che si debba ritenere verosimile che i Padri più “conservatori” (scusa il concetto grossolano: dico per capirci) abbiano votato “placet”, in genere, perché in questa formulazione, ancorché vaga e non perfettamente definita, ci sono tutti gli elementi per non debordare. Su questo vorrei tornare dopo. Avranno votato “contro”, credo, i massimalisti dell’una e dell’altra parte: i rigoristi avranno trovato accettabile il compromesso, soprattutto perché non si tratta di un testo definitivo, né di un testo normativo. Come sappiamo, questa Relatio è sul tavolino del Papa come sul nostro, ma a differenza di noi il Papa avrà il compito di stilare un’esortazione apostolica postsinodale. Questo fa sì che inevitabilmente il Papa legga quel testo in modo unico e diverso da come lo legge chiunque altro.

Un momento, questo è importante. Tu dici che in realtà è esattamente al contrario di come sta passando: ovvero i “riformisti” che riescono a strappare la maggioranza ai “conservatori”. Tu dici che invece i conservatori, maggioranza assoluta nel Sinodo, non sono qui riusciti a far passare con la stessa pienezza presso i riformisti questo passaggio necessariamente accomodante.

A me sembra grossolana la ricostruzione fatta dai giornali. Ammettiamo pure che l’abbiano fatta così per brevità, comunque è storicamente inverosimile: qual è il documento collegiale dominato da una preponderanza evidente di una fazione che però si lascia espugnare alcuni paragrafi – e quelli più in vista, poi? Se una maggioranza c’è ed è serrata come la raccontano, non ce n’è per alcuna minoranza: mi sembra ben più plausibile che la cosa sia andata altrimenti, però bisogna cambiare un tantino prospettiva.

Noi non sappiamo come hanno votato i singoli Padri. Dico solo che il documento è un testo sufficientemente compilativo e sufficientemente elusivo da guadagnare la virtù dei testi di compromesso su materie calde: scontentano tutti. Ovviamente non tutti e singoli, ma qualcuno, e più di qualcuno, da tutti gli schieramenti.

Quindi almeno su questo la stampa fanfarona ha subodorato a dovere: si è consumato uno strappo, seppur rovesciato rispetto alla vulgata del mainstream. Chi sono questi padri sinodali che non hanno accettato il pur necessario accomodamento dei punti 84-86?

Ovviamente non possiamo risalire ai nominativi, ma la risposta è nel testo, se abbiamo la pazienza di analizzarlo: si parte dall’Esortazione Apostolica di San Giovanni Paolo II Familiaris Consortio, presentata come “criterio complessivo” che resta “base per la valutazione”. Il succo è: ci sono quelli che si sono sforzati di riparare il matrimonio e sono stati lasciati, ci sono quelli che hanno colposamente distrutto un matrimonio valido e ci sono quelli che hanno cercato una madre (o un padre) ai loro figli; tra questi ultimi alcuni sono moralmente certi della invalidità del matrimonio. Chiaramente questo terzo caso esclude la colpa del secondo e si avvicina piuttosto al primo, ma introduce la questione della coscienza: quella che il Papa aveva previamente sottratto al dibattito sinodale trattandolo nei due Motu proprio sulla riforma del processo matrimoniale. Quella “certezza morale” potrà ora essere vagliata e verificata con il solo Vescovo (e con l’altra parte, chiaramente). Agli “orientamenti del Vescovo”, in effetti, rimanda anche questo testo: i preti hanno il compito di «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento».

E in che consiste, in pratica, questo famoso “discernimento”?

Il testo parla di «momenti di riflessione e di pentimento»: devono chiedersi quanto hanno pensato ai figli, se hanno fatto il possibile per salvare il legame, come se la passa l’altro, che rapporti ci sono con la famiglia dell’altro, con gli amici comuni e con “la comunità” (parrocchiale e civile), se si è provato a riparare la frattura, se si pensa di dare un buon esempio a chi si prepara al matrimonio … insomma, non proprio carezze. Tutto ciò, appunto, «può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio, che non viene negata a nessuno» (certo, perché la misericordia si applica sulla miseria).

Altra cosa che può aver frenato i “rigoristi” (preferisco dire così perché il senso è peggiorativo, mentre quando dico “conservatore” non lo intendo mai in tal senso) è la vaghezza delle considerazioni sulla «cura e l’educazione cristiana dei loro figli», al n. 84: unita all’apologo del bimbo che spezza la comunione per darla al padre di per sé inabile a riceverla, esse sembrano prestarsi a un buonismo lassista e a discorsi che considerano i fini e le circostanze più delle cose in sé. Neppure questo sta nel testo, certo, eppure ricavarlo non è impossibile, né dobbiamo nasconderci che c’è chi punta a leggerlo in tal modo.

Perché allora dico che tra quell’ottantina di voti non ci saranno solo dei rigoristi? Intanto perché, realisticamente, un terzo dell’assemblea si raggiunge solo unendo i massimalisti dei due schieramenti, come ho già detto; e poi perché le istanze imposte a chi vive il fallimento di un matrimonio, l’abbiamo visto, sono tutt’altro che carezzevoli – un pastore lassista (vediamo che purtroppo ve ne sono) non le sottoscriverebbe. D’altronde non si parla di “comunione ai divorziati risposati”: si parla di «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate».

Esistono altre esclusioni per un battezzato divorziato? Mi sembra che la Comunione resti la principale questione sul tavolo.

Senz’altro, ma esistono anche padrinato e del madrinato, il lettorato, il ministero della catechesi e tante piccole e grandi attività ecclesiali – le nomine, le cariche e le responsabilità di cui è fatta, nel concreto, la partecipazione di un fedele laico alla vita ecclesiale. Dunque cosa dice il testo? Molto meno di quanto lasci aperto. E questo non piace, verosimilmente, a non pochi delle due parti – tanto che i paragrafi non sono stati impallinati per un pelo. Sappiamo che nei giorni scorsi i Padri hanno proposto alle bozze del documento un numero impressionante di “modi”, diciamo di “emendamenti”: in quei voti la formula usata è “placet iuxta modum”, ossia “va bene ma propongo un ritocco”. La commissione che ha steso il documento ha provato a integrare tutti i modi, evidentemente con alterne fortune (perché molti di quei modi dovevano essere intrinsecamente inconciliabili, e non è sicuro che Dio stesso possa operare contro la logica): alla visione del documento finale alcuni di quei votanti “placet iuxta modum” avranno considerato che, tutto sommato, il compromesso era accettabile, e avranno mutato il voto in “placet”; altri avranno ritenuto inaccettabile l’adattamento del testo a fronte del loro emendamento (“iuxta modum”) e l’avranno mutato in “non placet”.

Dove dovrebbe condurre questo “percorso di accompagnamento e discernimento”? A vedere se in fondo al cuore uno si senta ancora legato al coniuge o a chi costituisce il nuovo legame?

Beh, sarebbe perfino ingiurioso tacciare la Chiesa di tanta ingenuità: sarebbe come chiedere a un bambino preso con le mani nella cioccolata se è proprio sicuro di volere la cioccolata. «Il colloquio col sacerdote – dice il documento – , in foro interno [dunque si parla di confessione e direzione spirituale], concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere». Che dice? Come piegare la prassi della Chiesa? Piuttosto il contrario: come piegare gradualmente la situazione del fedele, in quanto confligge con la dottrina, alle esigenze della comunità che vive quella dottrina e l’ha elaborata. Insomma come a dire: «Piano piano capirai che hai sbagliato a lasciare tua moglie (/tuo marito) e, se proprio non potrai più tornare con lei (/lui), perché magari hai (/avete) avuto altri figli da altre relazioni, arriverai a capire che il tuo unico matrimonio è quello, e con la madre dei tuoi nuovi figli arriverai a vivere come un fratello con una sorella».

Questo non è scritto nella Relatio, ma si trova alla lettera nel numero di Familiaris Consortio che il testo richiama esplicitamente a tal proposito, e proprio citando la “gradualità della legge” – espressione che Giovanni Paolo II coniò per denunciare l’abuso, talvolta invalso tra i moralisti, della categoria di “legge della gradualità”. Insomma, l’unica gradualità che si conosce e si ammette è quella dei tempi e dei modi dell’individuo nell’arrivare a vivere la legge di Dio. Ecco, con questo spero che sia più evidente come un testo del genere possa essere ben inviso ai lassisti non meno che ai rigoristi.

Torniamo alla dialettica sinodale intrecciata intorno al Santo Padre. Come si è sviluppata questa discussione che il Papa ha definito non sempre “benevola”? E facendo un quadro complessivo, Papa Francesco è riuscito a dare al Sinodo l’impronta che desiderava o ha prevalso l’arroccamento dei due schieramenti?

Beh, questo sarebbe bello poterlo sapere, ma le dichiarazioni nel briefing quotidiano erano quasi sempre mediamente ireniche: non si negava mai che ci fossero delle discussioni, perfino delle contrapposizioni, ma si cercava di esaltarne comunque il senso e il valore positivo. Dalle parole del Papa in chiusura del Sinodo, invece, sembrerebbe di poter inferire qualcosa di più di un rispettoso scambio di vedute. In realtà, neppure questo è minimamente sorprendente per chi conosca appena da vicino la storia dei concilî, dei sinodi e dei conclavi: l’insulto verbale ha ereditato nella Chiesa i modi dell’antica vituperatio e non eccezionalmente nei concilî si è arrivati alle mani in vario modo e con conseguenze imprevedibili (il buon Flaviano di Costantinopoli prese tante di quelle bastonate che ne morì pochi giorni dopo – mi piace sempre ricordarlo).

Passioni forti, forse preferibili ad una certa moderna mollezza, anche in ambienti ecclesiastici. Ma forse andiamo troppo oltre con le nostalgie? Torniamo a Papa Francesco, che nonostante le omelie scalfariane non mi sembra arruolabile in nessuna squadraccia.

Dunque, non credo che il Papa avesse a mente parole o gesti: sarebbero episodî biasimevoli, sì, ma non degni di una menzione papale in un discorso solenne. Delle due una: o il Papa si è chinato con benevola severità su “ordinarie scaramucce” oppure alludeva a cose più serie (e più gravi), come tentativi di cordata, lobbying e mobbing. Della famosa lettera dei cardinali, ad esempio, sono state scritte troppe cose perché speriamo di appurare la verità – quando l’acqua è mossa il fondo non si vede. Teniamo dunque il punto sulle parole del Papa, magari un giorno sapremo di più.

Sul quadro complessivo, ho l’impressione che le parole di sintesi del Segretario generale del Sinodo, il cardinal Erdö, fossero sincere e trasparenti: «Diversamente dall’impressione che alcune notizie dei mass media davano, c’è stata sempre una atmosfera di fraternità. Quindi piuttosto un confronto di idee, di proposte, e non lotte e combattimenti». Da giorni sembrano tutti così sinceramente soddisfatti dei lavori compiuti, tutto sommato, che mi sono fatto questa idea: gli scontri ci sono stati e non sono mancati i colpi bassi, ma si è trattato di episodî marginali, che certo non potevano mancare. Probabilmente il Papa alludeva anche a questi, e non solo alle vicende dei Carmelitani, nella catechesi del 14 ottobre scorso, quando ricordava il realismo di Gesù.

Mi è sembrato davvero seccato in quell’occasione. In ultimo, e a parte le implicazioni della notizia nello spazio/tempo del Sinodo, come sta il Santo Padre? Cosa c’è di vero nell’esclusiva del Quotidiano Nazionale?

Le chiacchiere sulla salute dei sovrani sono di per sé un tarlo al loro trono, quindi per uscire non hanno bisogno né di fonti né di prove: la chiacchiera gira sommessamente da molti mesi, benché nulla nell’energia di Papa Francesco sembri convalidarla. Chiaramente il tempismo dell’“esclusiva” non era casuale e mirava a destabilizzare i lavori sinodali. Biasimare la scarsa deontologia di certi colleghi sarebbe attardarsi a chiosare l’evidenza, non è utile. Quanto alla salute del Santo Padre, che tutti auspichiamo piena, devo confessarti che, se il professor Fukushima non l’ha visitato, ancora di meno l’ho visitato io.