Intervista a cura di Salvatore Ventruto

Dottor Polo, in un passaggio del suo libro fa riferimento  alla retorica che guidò la politica e il giornalismo italiani il giorno dopo la morte di Nicola Calipari e si sofferma criticamente sulle due parole, “eroe” e “servitore”, maggiormente utilizzate in quelle ore nel ricordare l’ex direttore del Sismi. Chi era, invece, Nicola Calipari?

Io l’ho conosciuto quel mese lì, prima non sapevo assolutamente chi fosse. Era un bravo poliziotto, un funzionario dello Stato, sicuramente molto più fedele alla Costituzione di tanti altri. Una persona di grande passione e umanità, che fin dal primo momento mise al centro della sua azione la vita di Giuliana piuttosto  che gli equilibri politici e gli indirizzi di politica internazionale. L’ostaggio veniva prima di tutto e andava salvato perché il compito della Repubblica è garantire la sicurezza dei cittadini. La sua qualità maggiore fu quella di riuscire a relazionarsi in modo molto umano e diretto con tutte le persone coinvolte in questa vicenda.

Lei sostiene che “la morte di Nicola Calipari è stata risolta classificandola come qualcosa di fatale, come si fa con le ingiustizie del mondo quando vengono accettate per paura di dar loro un nome”. Quale nome, darebbe alla morte di Calipari e perché il nostro paese non riesce quasi mai a chiamare o classificare alcune situazioni per quello che sono?

I nomi sono due:  Guerra e Subalternità. Guerra nel senso che il meccanismo in cui ci trovammo dentro quel mese, e in un certo senso ci siamo ancora,  è  un meccanismo di risoluzione militare dei conflitti. Quello che succede oggi con l’Isis è anche un prodotto di questa vicenda e dello scenario di quegli anni. Molti ex baathisti sunniti, appartenenti a quel mondo che fu interlocutore di Calipari, li ritroviamo oggi purtroppo dentro lo Stato Islamico in maniera radicalizzata  e così pericolosa, certificando il fallimento della strategia occidentale in questi dieci anni. E poi la subalternità dello Stato italiano rispetto alle alleanze internazionali e la sua incapacità in quel contesto di tenere testa agli americani e agli inglesi, soprattutto dopo la morte di Calipari,  quando non si è voluto nemmeno cercare un processo e capire quali errori fossero stati fatti quella notte da parte delle autorità militari americane. E’ questa condizione di subalternità nelle alleanze internazionali è una cosa che non fa bene a questo paese.

L’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari ha definito il suo libro  “un lavoro che tradisce una scarsa conoscenza dei fatti” Lei come replica a queste affermazioni?

Io ho ricostruito i fatti secondo la mia memoria e alcune testimonianze. Le mie fonti sono fonti giornalistiche, alcuni colleghi di Calipari, le carte dei processi che si sono fatti o meno, dopodiché Nicolò Pollari ha il problema naturalmente di difendere il proprio operato, che si sviluppava su un doppio livello. Non so se questo fosse giusto o sbagliato, ma durante la gestione Pollari vi furono due anime all’interno del Sismi e lui giocava su queste due anime per governare il servizio. Nel sequestro di Giuliana Sgrena questo equilibrio fu sempre molto precario, ci furono molte interferenze e contraddizioni all’interno del servizio. Nel mio libro ho solo cercato di raccontare questo e il fatto che lui difenda il suo operato mi sembra persino banale.

Nel libro fa più volte riferimento alla forte competizione presente nel Sismi in quegli anni, tra Calipari, a capo del Dipartimento Ricerca, e Marco Mancini, alla guida del Dipartimento Difesa. Una competizione che in alcuni casi, come quello del sequestro Sgrena, diventava una vera e propria rivalità. Calipari le ha mai parlato di questo clima avvelenato all’interno del servizio?

Direttamente no, lui non mi ha mai parlato direttamente di questo. Vedevo però che era molto nervoso. Accadevano cose inspiegabili in quei giorni, fughe di notizie che non venivano ovviamente da noi, né da altre fonti giornalistiche, ma da dentro il servizio, turbando il lavoro di Calipari.

C’erano dei sospetti da parte di  Calipari?

Sicuramente da parte di alcuni suoi colleghi, perché accadevano dei fatti all’interno del servizio che erano in contraddizione con quello che Calipari stava facendo e portando avanti.

Quale lettura o spiegazione dava Calipari  al sequestro di Giuliana Sgrena?

Era una lettura politica.  Secondo lui, fin dall’inizio, a rapire Giuliana Sgrena era stato un gruppo legato ad alti esponenti del mondo sunnita che non cercavano solo dei soldi, ma anche un importante riconoscimento politico interno ed esterno all’Iraq nel dopo Saddam. Sosteneva che per risolvere il sequestro bisognava rimettere politicamente in gioco i sunniti, al fine di evitare il loro isolamento e la conseguente spirale terroristica. Credo che in non aver voluto proseguire su questa strada abbia prodotto quello che oggi è l’Isis.  Gli americani non vollero seguire questa strategia e il Governo italiano non ebbe il coraggio e la forza, per subalternità e cialtroneria politica, di far valere questa condotta .

Leggendo il suo libro si ha l’impressione che quanto “fatalmente”accaduto la sera del 4 marzo 2005 al posto di blocco 451, abbia fatto comodo a molti e che non siano state probabilmente poste in essere tutte quelle misure necessarie ad evitare la morte di Calipari……… 

Noi non abbiamo prove di questo, ma questa è la lettura più logica. Gli americani volevano dare una lezione al nostro paese perché non gradivano le trattative portate avanti da Calipari e dal suo gruppo. Quella pattuglia è stata messa nelle condizioni di sparare. Noi non abbiamo mai detto perché è stato dato l’ordine di sparare, ma perché non è stato dato l’ordine di non sparare. Gli americani sapevano benissimo, minuto per minuto, quello che Nicola Calipari faceva a Baghdad, così come è sicuro che quella pattuglia al posto di blocco 541 fosse stata abbandonata a sé stessa, e lasciata lì mezz’ora in più rispetto al passaggio dell’Ambasciatore americano Negroponte, che era  giunto già da mezz’ora all’aeroporto di Baghdad. Si crearono  le condizioni affinché ci fosse un incidente. Una sparatoria? Il ferimento o la morte di Giuliana Sgrena o di Calipari? Non  sappiamo, ma qualcosa doveva accadere.

Ma tutto ciò si può spiegare solo perché il Governo Italiano seguiva una strategia di pagamento dei riscatti sui sequestri dei propri connazionali?

Può essere spiegata così o anche col fatto che la morte di Calipari sia stata una disgrazia con la quale si è interrotta una brillante carriera che avrebbe potuto portare il Sismi in un’altra direzione. Possiamo fare varie supposizioni , ma i fatti sono che quella pattuglia di soldati americani fu messa quella sera nelle condizioni di sparare, che era lì oltre il tempo dovuto, che Calipari era monitorato costantemente dagli americani, che questo omicidio ha interrotto un percorso politico potenzialmente importante per tutto il Medioriente e per il cambiamento interno del Sismi.

 

Lei prima ha detto che il Governo Berlusconi non pretese dagli americani una indagine seria sulla morte di Calipari. Tutto infatti fu limitato alla frettolosa “commissione congiunta” presieduta dal generale Vangjel, impedendo alla Magistratura italiana di fare il proprio lavoro….

Sicuramente il governo italiano ha fatto di tutto perché  ciò non avvenisse. Quella commissione congiunta ha tratto tutti in inganno, anche noi de “Il Manifesto” perché nella relazione finale, di parte italiana, si affermò che la sparatoria non era stata messa in atto per uccidere. Quando poi  l’avvocatura dello Stato adeguandosi alla posizione del Procuratore Generale della Corte di Cassazione, chiese il non luogo a procedere il  segnale fu  chiarissimo. Calipari era ormai stato sepolto da due anni, la medaglia era già stata data e si ritornava nel novero dello spiacevole incidente. Sicuramente un processo avrebbe potuto far luce su alcune cose: ha sparato un’arma sola?  Dove si è interrotta la catena di informazioni? Domande alle quali si sarebbero potute dare delle risposte per individuare una responsabilità più alta del povero soldato Mario Lozano, il classico capro espiatorio in questa vicenda, col quale la Magistratura italiana non è mai riuscita a parlare.