Ricca, pulita e legale. Isola di pace nelle migliori cartine di guerra, e cassaforte (di comodo) del capitalismo bacchettone, oggi come allora, la Svizzera è un modello di Paese ideale. C’è però chi lo Stato elvetico lo ammira (magari pagandoci le tasse) e chi passa ai fatti, concreti. Agli investimenti di lungo corso. E infatti la longa manus delle ‘ndrine calabresi non ha mancato l’appuntamento. Lo dimostrano le 14 inchieste, dal 2010 al 2016, scaturite dall’azione unilaterale della magistratura italiana, con saldo attivo di 41 tra inquisiti e condannati per l’evidente affiliazione mafiosa, tra il Ticino – che va per la maggiore – e buona parte degli altri Cantoni. C’è di tutto: gli interessi delle cosche vanno dall’edilizia, al settore immobiliare, dagli appalti, alla ristorazione fino alle campagne. Sfruttando, per esempio, i bassi tassi delle ipoteche per acquistare stabili e poi riciclare i profitti, si fanno affari. E affari d’oro.

La cronaca traccia un filo rosso inequivocabile. Qualche esempio. Marzo 2016. Scatta l’operazione Helvetia, già avviata da 4 anni: nel blitz, coordinato dalla procura di Reggio Calabria, viene scoperchiata una cellula di decennale memoria con l’arresto di 13 residenti nei Cantoni di Zurigo, Turgovia e Vallese accusate di associazione di tipo mafioso, aggravata dalla transnazionalità. E già altri due, i presunti vertici dell’organizzazione, l’anno prima erano stati beccati in patria (in Calabria). Novembre 2012. A due anni da una maxi operazione in cui non pochi finirono dentro (300 in Italia, 7 in Svizzera, altri in Europa), arriva l’inchiesta Blue Call: che colpisce il clan Bellocco, attivo nel milanese e con tentacoli ben saldi in tutto il Ticino, con due arresti, entrambi in suolo elvetico. In manette finiscono due banchieri, o presunti tali, che riciclavano il denaro sporco facendolo transitare di volta in volta in alcune società specializzate nella gestione di call center. Ancora, novembre 2014. L’operazione Insubria, colpisce una ventina di persone, tutte naturalmente residenti in Svizzera e proprietarie di diversi immobili: facevano la spola al confine, collegando le cellule nei due Paesi. Così i profitti illeciti, per non dare nell’occhio, transitavano dove ce n’era bisogno. Per non parlare infine degli “avvocati”, cosiddetti per antonomasia, che tramite conti in banca fittizi e cavilli finanziari facevano – e fanno – arrivare somme nell’ordine dei milioni da riciclare alla svelta, o più semplicemente per truffare il Fisco italiano. Per la magistratura esisterebbe un collaudato sistema: appena visibile in superficie.

Col Fatto Quotidiano, del resto, il presidente delle forze di polizia del Canton Ticino è stato terribilmente chiaro: «Sono molto preoccupato per l’infiltrazione della criminalità organizzata in Ticino – ha detto – sta erodendo letteralmente il tessuto economico. Se non facciamo qualcosa, si compreranno tutto». A rincarare la dose, poi, l’avvocato Paolo Bernasconi (padre di un’embrionale legge anti-riciclaggio) in un recente intervento pubblico: «Nel nostro Paese mancano gli anticorpi, non solo per le gare di appalto, ma in tutto il settore finanziario (…) e più c’è sottobosco finanziario, più c’è mafia». E anche le parole del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Antonio de Bernardo, vanno in una direzione precisa: «Attenzione soprattutto agli appalti pubblici, settore che sta in cima al programma di investimenti dell’organizzazione mafiosa. Lì si possono fare guadagni enormi. Mettendo le mani sui soldi statali si controllano anche aziende e lavoro. Uno strumento di potere fondamentale».

Gran colpo della n’drangheta, quindi. Dalla brezza marina al fascino della montagna. Dopo l’arbitrio assoluto nel mercato internazionale dell’oro bianco, la cocaina (secondo stime Onu del 2014, oltre 300 milioni di euro intascati); e dopo una fetta importante di quei 138 miliardi che la Mafia nostrana – con mentalità imprenditoriale – ricava ogni anno (con utili di 105 miliardi), la malavita si è radicata nella terra che del rigore ha fatto un vanto, e della neutralità un valore. Verranno a chiederci aiuto, senza dubbio. Verranno a chiederci consiglio. Verranno a chiederci norme e codici. Ma più del vaccino troveranno il morbo imperante, più della volontà la retorica a favor di telecamera. Più della legge uno Stato in ginocchio. Siamo al grottesco: a furia di combatterla, senza sconfiggerla, la Mafia l’abbiamo esportata. Un’altra volta ancora. Eccola, l’altra faccia del made in Italy.