Siamo nella Francia dell’anno 1791 e, oltre alla celeberrima “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” viene proclamata la meno nota “dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” e con esso la nascita di un movimento che si porterà avanti per secoli: il femminismo.

L’intento originale di questo fenomeno era quello di fornire a tutte le persone di sesso femminile una dignità ed un rilievo che veniva loro negata dalla società dell’epoca. In particolar modo la scrittrice Mary Wollstonecraft, uno dei suoi principali esponenti, sosteneva che la diversità sociale percepita tra uomo e donna, che vedeva la seconda un gradino al di sotto rispetto al primo, fosse dovuta all’educazione che veniva impartita ai bambini. L’autrice proponeva di utilizzare lo stesso tipo di insegnamenti fin dalla tenera età sia nel caso di maschi che di  femmine per eliminare il problema alla radice.

Ai suoi albori il femminismo era un qualcosa di elitario che coinvolgeva prevalentemente i ceti più elevati della popolazione ma, con i movimenti delle suffragette di inizio 1900, cominciò ad ampliarsi e a diventare un movimento ideologico di massa. Il culmine di questa ascesa si ebbe verso la fine degli anni ‘60, in particolar modo con il ‘68, in cui temi come il divorzio e l’aborto diventarono di uso comune, privati della propria patina di intoccabilità quasi sacrale. Da qui in poi, salvo un paio di adeguamenti di condizioni tra i due sessi, inizia la parabola discendente del femminismo occidentale che si trasformerà, poi, in pura misandria mascherata da movimento egualitario.

Questo nazifemminismo odierno tenta in ogni modo non di stabilire una parità effettiva tra i due sessi, cosa che è già praticamente avvenuta, ma di rovesciare, come in una sorta di vendetta, quello stato delle cose che ha regnato per millenni e che ha visto il maschio al dominio di tutto. I metodi utilizzati sono molto subdoli e hanno una forte presa sullo spettatore. tra i tanti troviamo: Il male bashing, la vittimizzazione, le accuse di sessismo e i privilegi .

Per quanto riguarda il primo fenomeno, traducibile come “pestaggio anti-maschile”, si intende l’uso, nei mezzi di comunicazione, di immagini e parole che degradano il genere maschile .

Per fare un esempio: un po’ di anni fa (ma il fatto resta comunque attuale) una nota compagnia di viaggi e crociere aveva prodotto uno spot pubblicitario in cui due persone, un uomo e una donna, si trovavano nell’ascensore di un’agenzia di viaggi per prenotare la stessa traversata; la donna, accortasi della possibilità di non riuscire a prenotare il posto per via della concorrenza dell’altro, sferra una ginocchiata nei testicoli dell’ignaro compagno e poi prosegue nel fare ciò per cui si trovava li, lasciandolo a terra dolorante.

Far passare un comportamento come quello per televisione lo rende, in qualche modo, “più normale” e accettabile, sminuendo drasticamente la figura maschile.

Un altro caso che nei salotti televisivi di tanto in tanto si sente è quello che riguarda come ci si indirizza al pubblico maschile e a quello femminile: mentre per le signore viene usato il termine “donne” per i signori è, sempre più di frequente, utilizzato il lemma “maschietti”, quasi a voler indicare che sono dei ragazzini non completamente sviluppati. La vittimizzazione è un altro dei mezzi più in voga usati da questi nazifemministi e nazifemministe  e consiste nel colpevolizzare, a livelli di isteria, atti di uomini verso le donne, sorvolando poi quando le cose avvengano a parti invertite.

La conseguenza più eclatante di questo comportamento è stata la legge sul femminicidio: chi compie reati contro una donna subisce una serie di aggravanti giudiziarie. Chi ha promulgato la norma si è dimenticato di dire, tuttavia, che i casi di violenza domestica sono esattamente alla pari a livello mondiale. Le accuse di sessismo, poi, sono ciò che completa il quadro del modus operandi e sono tanto semplici quanto diabolicamente efficienti. Si tratta di un sistema di ‘colpevolizzazione’ di essere “maschilisti” quando si fa qualcosa che non piace a questo movimento.

La satira sul genere femminile è, per esempio, categoricamente impraticabile in quanto sessista, sebbene quella sugli uomini sia ammessa e permessa. Se un ragazzo esprime un giudizio di non gradimento nei confronti di una donna fisicamente un po’ troppo prosperosa è un sessista ma se è la ragazza a giudicare bruttino un suo coetaneo è giusto che lei lo possa dire perché, ci mancherebbe che non debba il suo amico essere un fotomodello per piacerle.

Il capolavoro di queste accuse, poi, è quello perpetrato da Laura Boldrini verso la lingua italiana. Il presidente della camera si è sentita offesa se lei, di sesso femminile, si trovasse apostrofata come “signor presidente” o “il presidente” invece di “signora presidente” o “la presidente”: aborti morfologici che nella lingua italiana non esistono, in quanto il termine stesso “presidente” si riferisce alla figura che ricopre la carica, indipendentemente dal suo sesso biologico. Questa deriva ha portato dei privilegi al sesso femminile, oltre alla già citata legge sul femminicidio.

Per esempio la norma sulle quote rosa che impone di riservare una percentuale di posti di amministrazione alle donne, non tanto per meriti o competenze ma per il fatto di essere donne (che ad essere una femmina per un provvedimento del genere ci sarebbe solo da sentirsi offesa), oppure l’orrenda consuetudine che nei divorzi garantisce alla moglie il trattamento migliore, a scapito del marito.

Insomma questo femminismo moderno occidentale è esattamente il contrario di tutto quello che afferma di essere e anche solo il dargli questo spazio esagerato, come si continua a fare, contribuisce a far ingrandire quelle differenze ed ingiustizie sociali che si propone di abbattere.