I Radicali ci riprovano. Progressivamente regrediti a percentuali da prefisso telefonico, “derubati” delle loro istanze dalla sinistra di governo, basano da qualche anno la loro attività su estemporanei atti definibili, per l’appunto, radicali. Ci eravamo da poco dimenticati dell’abitudine di Marco Pannella a bere la propria urina (e qualunque scusa era buona) che ci ha pensato Marco Cappato a far tornare il partito sui giornali con un’autodenuncia propagandistica. Al di là del discutibile modo di fare attività politica, ma ognuno la fa come può, soprattutto in base ai mezzi che ha, il martirio mediatizzato di Dominique Velati ha il merito di sottolineare l’incapacità dell’attuale sistema politico rappresentativo, per lo meno in salsa italiana, di rispondere alle istanze che, con gran fatica, la società civile porta alla sua attenzione.

Nove anni sono passati, da quando Piergiorgio Welby e Luca Coscioni divennero i protagonisti di un’interminabile telenovela pubblica, urlando sottovoce il loro diritto a morire. Pieno compimento dell’affermazione dell’individualismo, tratto cardine dell’odierna società occidentale e criticabile sotto molti punti di vista ma non da questo, il diritto a morire non ha ancora trovato risposte politiche alle sue domande.

Da due anni una legge d’iniziativa popolare, depositata dai Radicali, giace a prender polvere nei cassetti di Montecitorio, assieme a quelle di Beppe Grillo e molte altre. Forse è proprio questa incapacità della politica tradizionale di rispondere rapidamente e concretamente ai problemi a determinare l’astensionismo di massa che si va delineando da qualche anno come il vero tratto unitario dell’integrazione europea. Basterà aspettare una direttiva di Bruxelles, per far sì che il Parlamento faccia il suo ruolo, cioè recepire quelle diretti… ops, cioè rappresentare la volontà popolare. E’ probabilmente questa impressione di incapacità, di inanità della politica a spingere le masse lontano da essa. Eppure, quando piccoli gruppi determinati portano avanti le loro battaglie e senza grandi mezzi, fondi o media riescono ad ottenere il loro momento di rappresentazione sul quel grande palcoscenico che si chiama opinione pubblica, una risposta è necessaria. Che sia positiva o negativa.

Invece pare molto più comodo alla politica istituzionale cincischiare, temporeggiare, aspettare che cali la marea per potersi riempire la bocca di diritti civili, che nell’epoca della morte delle ideologie, dell’impossibilità anche solo di pensare forme politiche alternative, sono gli unici a muovere ancora un poco gli animi. E dunque meglio tenersele buone, quelle battaglie, che dividono e logorano il popolo sfruttando le differenti sensibilità di ognuno, per tacitare qualche altro problema ben più grave. Inutile parlare in campagna elettorale di economia, di strategie internazionali, di materie prime e piani industriali quando ci sono i diritti civili, lì, pronti ad essere estratti dal cassetto. Uno straccio e una soffiata a pieni polmoni e nove anni sono annullati.

Il discorso ovviamente è valido per altre, annose, questioni, una su tutte: i diritti degli omosessuali. Sono anni che a corrente alternata sulle unioni civili si riempiono pagine di giornali, si intasano telegiornali e si concedono interviste. Eppure, tra un gay pride e l’altro, la legge ancora non c’è. Soprattutto, quando si affrontano questioni di ordine morale, mai si sopirà il dibattito. Da una parte siedono gli individualisti, più o meno coerentemente libertari, che pure partono da presupposti apodittici, ovvero dal diritto naturale. Dall’altra siedono i conservatori, i cattolici più o meno coerenti, che pure partono da presupposti apodittici, ovvero da Dio e dalla morale che pensano che da lui discenda. Nel mezzo rimangono, alla gogna, quelli veramente interessati alla faccenda, perché da essa toccati personalmente. Che si tratti di Dominique o di Piergiorgio non fa differenza.

Quello che conta è che quando si parla di morale, dismesso assieme all’aristocrazia lo Stato paternalista (che pure sembra sopravvivere nelle menti di molti intellettuali “di sinistra”, che semplicemente ritengono doveroso educare chiunque non la pensi come loro), l’unica fonte lecita di diritto che rimane è la Volontà Popolare. Dismesso Dio, il suo posto non può venire preso, come recitano spesso i Radicali dal Dio dei diritti naturali. Porre alle spalle dell’altare la libertà individuale come unico metro morale significa disconoscere i doveri che il vivere in comunità impone. Dunque l’unica scelta logica appare essere l’unica in grado di tacitare il dibattito, oltre a risolverlo per un determinato lasso di tempo: il voto popolare.

Voto diretto, tramite referendum, e non per interposta persona, poiché la democrazia rappresentativa ha già mostrato tutti i suoi limiti di effettiva rappresentatività. E poiché la morale, volubile come l’istinto umano, cambia nel tempo, questo voto dev’essere valido per un tempo ragionevole, come lo spazio di una generazione. Solo così si potrebbe finalmente dare risposte, positive o negative che siano, a chi le cerca, e soprattutto, una volta risposto, tacitare il dibattito, togliendo ai politici un utile paravento.